in_aspettati

Venerdì mattina.

Johel era alquanto seccato.

Per prima cosa era ancora venerdì.

La settimana era già stata lunga e faticosa; avere altre 8 ore di lavoro davanti non lo entusiasmava per niente. Poi c’era stata l’ennesima frana sulla statale: a cadenza biennale, puntuale come le tasse.

Iniziare la settimana in questo modo lo scoraggiava non poco.

Partì di casa con largo anticipo, per avere il tempo di cercare parcheggio; si era premunito di conservarne a sufficienza, nel caso non ne avesse trovato subito uno, il che significava rifare il giro del quartiere, non trovarlo di nuovo, incazzarsi e guardare febbrilmente l’orologio pensando che sì, stavolta avrebbe pure perso il traghetto, finendo per trovare all’ultimo un buco in cui lasciare – rigorosamente storta – la macchina, agguantare la borsa, precipitarsi attraverso le strette viuzze del centro storico, raggiungere il molo e cercare di imbarcarsi.

Una vera impresa.

Il cielo, quella mattina, era plumbeo, pieno di nuvole gonfie d’umidità e di pioggia; pesanti, sembravano gravide di torrenti e di cascate intere che presto avrebbero riversato il loro carico sul lago e sulle coste già abbastanza provate.

Johel corse veloce, muovendo le gambe muscolose come stantuffi, sudando dopo aver appena fatto la doccia – una cosa che detestava – e raggiungendo il tanto sospirato imbarcadero.

Lasciò uscire piano il fiato, in un gesto simile ad un sospiro di sollievo, e si concesse di guardarsi intorno.

Il popolo dei “pendolari traghettisti” –  come li chiamava lui – era tutto lì, insieme a lui: occhi assonnati, qualche battuta di cattivo gusto, una risatina scettica qui, un commento ironico là, tutti a lamentarsi più o meno vistosamente della situazione che ormai conoscevano da generazioni ma che non mancava mai di fornire argomenti di cui parlare; tutti a mostrarsi e a sentirsi come gli sfigati della situazione.

Rise tra sé e sé, di loro, e poi la risata mentale gli morì così come era nata. Anche lui, infondo, era uscito di casa agitato, nervoso, seccato, infastidito; anche lui, insomma, si era fatto prendere dalla litania del “povero me, c’è la frana”. Subito dopo si sentì un po’ in colpa, e si ripromise che avrebbe cercato di non cadere preda della solita frenesia petulante. Dopodiché si discostò dalla folla, e si aggiustò la tracolla sulla spalla; appoggiandosi al muro della biglietteria estrasse una sigaretta dal pacchetto nuovo – un vizio che avrebbe dovuto togliersi, e lo sapeva bene. Se la mise tra le labbra ed infine la accese; ne aspirò la prima boccata con gratitudine e piacere – no, non ce l’avrebbe mai fatta a smettere – ed immerso nell’aria fresca e umida del mattino, attese. Mancavano dieci minuti all’arrivo della barca: la vedeva lontana all’orizzonte mentre si avvicinava a loro, ma aveva ancora del tempo per godersi la sua dose di veleno quotidiana. Ghignò.

I suoi occhi guardavano distratti la massa di ritardatari che affluiva, che parcheggiava a caso dove non doveva, che correva trafelata in biglietteria a fare il tagliando per la corsa, e che poi con sollievo parlava a voce troppo alta, troppo sguaiata. Sembravano tutti seccati per l’inconveniente, contemporaneamente eccitati di avere qualcosa da raccontare.

In mezzo a tutta quella confusione, non potè non vederla.

Arrivò anche lei con passo affrettato, dallo stesso centro storico dal quale era sbucato lui pochi minuti fa; il suo incedere non era scomposto né affannoso, e il suo viso non lasciava trapelare ansia o irritazione. Semplicemente “si stava dando una mossa” come amava dire suo nonno per descrivere con ammirazione chi si poneva, o agiva e parlava, usando senso pratico e compostezza.

Lei era piccola e magra, non arrivava al metro e sessanta; indossava una giacchetta imbottita e portava lunghi capelli chiari.

Lui non le vedeva di quale colore avesse gli occhi, da quella distanza, ma notava il suo viso pulito, ovale, dai tratti delicati.

Non era la classica ragazza che ti volti ad ammirare con invadenza, o a cui fischi dietro un commento spontaneo. Poteva passare inosservata, se non la guardavi con attenzione e non le notavi il volto, e lui lo notò.

Mentre ancora fumava, la osservò mettersi in coda in quella folla – e forse era una delle poche persone a capire che c’era una coda da rispettare – e sistemarsi i capelli incastrati nella cinghia della borsa, chinando il capo  – e quasi scomparendo in quella marea di gente, quando lo fece, talmente era minuta – per cercare il portafoglio nella borsa per poi rialzarlo fissando un punto indefinito al di sopra delle facce altrui, per discrezione ed educazione.

Aveva collant colorati, e stivali bassi, che sbucavano da sotto la giacca; nulla di appariscente, e niente che un uomo comune avrebbe apprezzato. Si era semplicemente vestita per andare al lavoro, e si vedeva che quella consueta operazione la svolgeva di mattina, prima di uscire da casa, senza altro intento che coprirsi, per essere in ordine e basta.

“Semplice”, pensò Johel tra sé.

D’un tratto si voltò nella sua direzione, e lui potè vederla meglio.

Era abbastanza vicina da mostrare chiaramente i suoi occhi azzurri, o forse grigi, e la pelle pallida e delicata. Lei, però, non lo vide. Presto spostò il suo assetto girandosi dall’altra parte, distratta dal suono della sirena del traghetto che annunciava l’attracco. La massa frenetica di persone, punteggiata qua e là di commenti del calibro di “finalmente ci imbarcano”, “era ora!”, “meno male che è venerdì!”, “che palle!” si mosse come un sol uomo all’arrivo del segnale.

Johel gettò in un cestino dei rifiuti il mozzicone, e fece per salire sulla barca scrutandosi attorno alla ricerca della ragazza sconosciuta.

Era come scomparsa; non la vedeva, ma sapeva in quale punto della ressa lei fosse, più o meno, e si ripromise, una volta ritrovata, di avvicinarla per studiarla da vicino.

Era curioso.

Quando il traghetto si allontanò dal molo e tutti furono a bordo, si guardò intorno con discrezione. Nella parte superiore della barca c’erano alcuni posti all’aperto, sotto una tettoia, ma quella mattina minacciava pioggia e nessuna delle donne che conosceva, compresa sua madre, avrebbe mai messo a repentaglio la messa in piega sfidando quel vento e quell’umidità. Quindi diede per scontato che fosse lì, seduta in coperta, da qualche parte, e che non riusciva a vederla perché la sua attenzione non poteva essere troppo palese.

Se ne stette nel suo angolo, seduto tranquillo, continuando ad osservarsi attorno; si chiese se l’avrebbe almeno rivista scendendo dal traghetto, ma quando alla fine del tragitto non la vide da nessuna parte, rimase un po’ deluso. Si accinse a raggiungere la macchina che aveva parcheggiato da quella parte del lago per avviarsi verso il suo posto di lavoro.

La mattinata scorreva densa di cose da fare, occupandogli la mente, tanto che Johel non ripensò più a quell’incontro mattutino; la sera, quando uscì dal lavoro, era dominato dal solo pensiero che fosse venerdì.

Avrebbe chiamato Marc e Joseph, e magari anche Sam, e sarebbero andati a bersi una birra; avrebbero detto qualche cazzata e poi avrebbero cercato di rimorchiare una ragazza per il sabato sera.

Questo era quello che facevano normalmente i suoi amici nel fine settimana, e lui li assecondava stando allo scherzo e ridendo delle loro battute e dei loro commenti, anche per distrarli dal fatto che non partecipasse attivamente a quel genere di “caccia”.

Non aveva nessuna storia tragica e nessuna tragedia alla spalle: aveva avuto una fidanzata per molto tempo ma era finita da un po’ per semplici differenze di aspirazione. Un giorno si erano guardati negli occhi, ad un certo punto del loro cammino, e si erano detti che ciò che avevano non dava più niente a nessuno dei due; si erano separati senza drammi e senza i soliti corollari di rancori e vendette che il più delle volte accompagnano una separazione.

Ora lui era solo, e ci stava bene.

Pensava che avrebbe voluto trovare qualcuno con cui costruire qualcosa.

Nessuno dei suoi amici condivideva il suo pensiero: loro cercavano altro.

Ma voleva bene a quei tre disastrati bambinoni, e la birra con loro era sempre uno spasso.

Perciò raggiunse il battello del ritorno a cuore più leggero, rispetto al mattino; nel tragitto di ritorno rifletté su come abbinare i jeans a qualcosa che una ragazza – come la cercava lui – avrebbe notato e magari potuto colpire. Sorrise pensando che, anche stavolta, avrebbe fatto “da palo” alle tresche dei suoi amici.

Così andò.

Ma c’è da dirlo, si divertì parecchio.

 

Lunedì mattina.

Finalmente c’era un po’ di sole.

Johel si ricordò della promessa che si era fatto il venerdì precedente, e decise per il “niente lamentele”.

Si sorprese perfino di trovare in fretta parcheggio e di arrivare in anticipo anche senza il suo solito bagaglio di imprecazioni; si convinse ancora di più che questo fosse l’atteggiamento giusto con cui affrontare le giornate e gli impegni.

Era così positivo e propositivo che, quando sfoderò dal pacchetto la sua solita sigaretta, la osservò un po’ perplesso e poi la rimise dov’era.

Sempre meglio!”, pensò tra sé e sé.

La folla, però, era la solita; la confusione anche, ma tutti avevano – chissà perché – qualche sorriso in più quella mattina.

Il cielo terso dell’alba annunciava una giornata primaverile davvero meravigliosa.

Ecco poi che la vide arrivare con lo stesso passo del venerdì precendente, composto e solerte. Aveva una giacchetta più leggera, pantaloni casual, scarpe basse, e una lunga treccia che le ondeggiava sulla schiena.

Inconsapevolmente, un sorriso si allargò sul viso di Johel.

Si ripromise che quella mattina avrebbe cercato di parlarle.

Si avvicinò alla biglietteria, scrutando tra la folla la sua testa di capelli chiari finché la vide comprare l’abbonamento e riporlo nella borsa, per spostarsi dalla coda e cedere il posto a chi stava dietro di lei.

Quella semplice attenzione lo deliziò.

La vide spostarsi verso il molo, lontana dalla confusione, in attesa del traghetto; rimase lì a osservarla mentre contemplava la distesa d’acqua.

Le si avvicinò piano, e con fare casuale, appoggiandosi alla balustra dove anche lei era appoggiata, ad un paio di metri di distanza. Lei parve non accorgersi di nulla: accennò un piccolo brivido che lui percepì anche se in lontananza, infilò le mani nelle tasche della giacca per cercare di scaldarle.

Aveva un’espressione serena; il suo viso sapeva di un’abitudine a sorridere spesso.

Johel ebbe l’impressione che lei avrebbe sorriso anche se avessero passato ore ed ore lì fuori, al freddo, ed il pensiero lo incantò.

Il vento dispettoso soffiò via una ciocca di capelli dalla treccia catturando il biglietto del traghetto che lei aveva in tasca, e facendolo cadere a terra. Senza pensarci due volte, con uno scatto fulmineo lui lo raggiunse, si chinò e lo raccoglierlo; ne lesse velocemente il nome sul tagliando.

Celeste”.

Lo trovò subito un nome bizzarro, ma che gli piaceva.

Le sfiorò piano una spalla per non spaventarla.

Poi le disse: “Scusa…? Hai perso questo!” e gli porse la mano.

Lei si voltò sorpresa, abbassò gli occhi sul biglietto ed esclamò: “Oddio… Grazie!

Fu dopo che alzò lo sguardo su di lui, sempre accompagnata da quel sorriso che lui si era immaginato, ma che era ancora più luminoso di quanto fosse riuscito a pensare.

Johel perse un po’ l’equilibrio quando la guardò negli occhi. Quella mattina, letteralmente bevevano l’azzurro del cielo virando quasi al verde. Erano occhi liquidi, lacrimosi per il vento dell’alba, ma ancor più cangianti. Rimase interdetto a fissarla per un attimo.

Infine le rispose, con tono piatto: “Figurati!”.

Gli uscì però una voce smorta, che davvero non era da lui; sembrava chiudere lì il discorso senza dare spazio ad altri commenti. Così fu, perché lei sembrò percepirlo e, con un cenno del capo ed un ultimo sguardo, salì sul traghetto che nel frattempo era arrivato al porto, senza aggiungere alcunché.

Non ci mise molto, Johel, a darsi dell’idiota.

Mentre saliva a sua volta, parecchie persone dietro di lei, iniziò ad escogitare un modo per riparare alla gaffe, per dire qualcosa di sensato, per recuperare il vantaggio che il vento, facendole cadere il biglietto, gli aveva servito su un piatto d’argento.

Sfortunatamente non gli venne in mente nulla; si limitò a cercarla per tutto il battello finché la vide sulla terrazza esterna della barca. Non c’era nessuno, solo lei.

Il vento, quel mattino, era frizzante nonostante la bella giornata, e la terrazza era vuota. Così rimase a guardarla da lontano, senza farsi vedere, quasi nascosto sulle scale che portavano in coperta. Capì, in un lampo di intuizione, che era sempre stata lì nei giorni di pioggia, quando non la trovava altrove.

Non aveva mai conosciuto una persona che sembrava ricercare così intensamente le sfumature dietro all’orizzonte, persino sfidando un temporale – e mettendo a repentaglio la messa in piega, se è per questo; non aveva visto mai nessuno incantarsi e perdersi così tanto.

Sempre più forte era il desiderio di parlarle.

L’aria giocava con la sua treccia e con la ciocca che aveva visto sfuggirle dall’elastico pochi minuti prima; il suo sguardo era perso lontano, verso il confine tra lago e cielo.

Si avvicinò, e disse, con tono casuale: “…bello, vero?”.

Lei si voltò di scatto; continuava a sorridere.

Ma quanto sorride, questa ragazza?, pensò lui divertito.

Gli rispose solamente: “Meraviglioso!”.

Ma si affrettò ad osservarlo meglio, socchiudendo gli occhi ed inclinando leggermente il capo.

Poi continuò: “Tu sei il salvatore del mio biglietto! Grazie ancora per averlo recuperato! Non me ne sarei mai accorta, se non ci fossi stato tu. Avrei dovuto rifare l’abbonamento o, peggio, avrei rischiato che mi facessero una multa!

Johel era inebriato dalla possibilità di sentire la sua voce, che trovò dolce e melodiosa.

Rispose a sua volta: “Non c’è di che! ….Ti stavo osservando, e ho visto che ti cadeva….”.

Mi stavi osservando?”, chiese lei con un’inflessione maliziosa.

Beh si… Non ricordo di averti mai vista prima. Io vivo qui da diverso tempo…”, recuperò subito lui, cercando di non dire altre assurdità.

Lei rise nel vederlo a disagio – lui amò il suono della sua risata – e aggiunse: “Sto scherzando! Sì hai ragione comunque, non sono di qui. Mi sono trasferita da un paio di anni….”.

UN PAIO DI ANNI????”, sbottò lui e, senza pensarci, le chiese “…E dove te ne stai rintanata, di solito? Io conosco tutti, non è possibile non averti mai vista!”.

Appena si rese conto di quel che aveva detto concluse frettolosamente, mentre il suo cervello stava formulando un pensiero che lo sorprese: “Oddio, ma dove diavolo sei stata per tutto questo tempo?”.

Lei scoppiò a ridere di nuovo, sonoramente.

Sempre qui’”, gli rispose con tranquillità.

“…E in verità io ti ho visto, un paio di volte, quando andavo a fare la spesa in bottega…. Sei sempre così di corsa! Tra l’altro sei sempre circondato da tante persone che fanno a gara per salutarti e per parlare con te!….Sei una persona molto amata!”, concluse lei con uno sguardo di apprezzamento.

Come ti chiami?”, gli chiese porgendogli una mano piccola, dalle dita magre.

Lui fece in tempo a notare la pelle liscia delle dita, le unghie senza smalto, l’assenza di anelli e di gioielli in generale; poi la prese tra le sue, callose per il lavoro e grandi il doppio. Nel contatto, il cuore ebbe un sussulto e la guardò negli occhi inebetito. Fortunatamente ebbe la presenza di spirito di rispondere, senza apparirle incantato.

Johel, piacere. E tu come ti chiami?”, le chiese, anche se lo sapeva già.

Che bel nome hai! Io mi chiamo Celeste!”, concluse lei con un altro dei suoi sfolgoranti sorrisi che lui le restituì, oramai inerme.

…..Trovo… sia… appropriato…”, disse rapito.

“Cosa?”.

Il tuo nome, dico…. è appropriato. A te.

Mioddio, ma sto arrossendo?, pensò interdetto.

Continuò a guardarla mentre le sue guance prendevano il colore delle rose tea virando sul carminio, e si rese conto che anche lei arrossiva per il complimento velato.

Per lui era un’emozione indescrivibile: vedere il suo candore e la sua limpida timidezza; il cuore aumentò i battiti nel petto, e rimase a lungo a fissarla.

Lei gli restituì lo sguardo, non sapendo più cosa dire.

D’un tratto lui cercò di riprendere il filo del discorso: “…E così mi hai già visto…. Incredibile che io non ti abbia notata. Però si, hai ragione, sono sempre di corsa, ma chi non lo è?”.

Celeste parve grata del suo cambio di argomento.

Sì è vero”, rispose, e poi proseguì “….Ma non bisognerebbe mai essere così distratti da lasciarsi scivolare le vite di chi ci sfiora, non pensi? Guarda questo lago, ad esempio; siamo tutti presi dalla frana, ma nessuno guarda quanta poesia c’è nel paesaggio che si specchia sulle onde… o nel volo delle anatre sulla superficie… Tutti pensano al disagio che è indubbio, certamente, ma nel frattempo la bellezza scorre e fugge, non trovi? Siamo concentrati verso i nostri obiettivi e magari non notiamo la vita di chi ci passa accanto…. o la bellezza di un paesaggio… soltanto perché l’abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni. A volte penso che dovremmo tutti rallentare e guardarci un po’ più attorno… avere più pazienza e più contemplazione. Credo.

Lo disse con un’espressione allarmata che sorprese se stessa.

Lui si ammutolì: non sapeva cosa risponderle; guardò il lago, ma le sue parole lo avevano colpito.

Le si rivolse come se gli avesse rivelato una grande verità, e lei gli restituì lo sguardo chiedendosi se questo ragazzo, carino e gentile e spiritoso, che aveva notato da parecchio tempo senza trovare il coraggio di farsi avanti, l’avrebbe mandata a quel paese o cosa.

Invece lui la prese per mano, portandola nel lato opposto della terrazza.

“Perché siamo da questo lato del traghetto? Tra poco attracchiamo e la nostra destinazione è dal lato opposto!”, lo interrogò.

Lui continuava a scrutare l’orizzonte, da un’altra prospettiva; dava le spalle alla frana e alla destinazione.

Poi rispose, serio: “Guardo anche questo, di orizzonte. Sai che non lo avevo mai guardato da questa angolazione? Eppure è sempre casa mia, è sempre il mio lago, sono sempre le mie coste. In questo modo non lo avevo visto mai… Hai ragione, anche io come tutti ero concentrato su altre cose: sulla fretta, sulla comodità, sulla vita di sempre. Mi ci è voluta una frana per uscire dai miei schemi, per cambiare abitudini, per provare un diverso atteggiamento… E finalmente vederti. Ti aspettavo, sai?”, concluse, con un sorriso, ma ancora non la guardava.

Mi aspettavi…?”, chiese lei, con voce timida e incerta, dritta al suo profilo.

Sì. Ti aspettavo.

Glielo disse voltandosi ed incrociando il suo sguardo.

Gli occhi di lei erano pieni di sole.

Nessun’altra parola si aggiunse a quello spettacolo.

 

Testo e foto di Cinzia Catena

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