Una lingua universale d’amore

Ogni persona che abbia fatto un viaggio all’estero e che sia stata lontana da casa per un considerevole periodo di tempo si sarà trovata costretta a rispondere almeno una volta alla fatidica domanda “cosa ti manca di più del tuo Paese?”.

Quelle dotate anche di un solo briciolo di umanità avranno risposto “famiglia ed amici”; altre, più riservate, avranno detto “le mie abitudini e i miei spazi”; altre ancora, sorprendentemente, avranno confessato “il cibo”.

Quest’ultime saranno state di certo le più biasimate.

Io per prima le ho condannate, mi sono condannata. Sì, perché anch’io, mea culpa, faccio parte di questa categoria.

Ma la lingua, soprattutto quella scritta, quella che non può essere cancellata o dimenticata così facilmente, è fin troppo sincera nelle sue inflessioni da non far trasparire il passato.

Per questo ho affermato di essermi condannata, allora.

Inizialmente non l’avevo ammesso, o meglio, ero talmente restia a farlo che cercavo in tutti i modi di sopprimere quella vocina insolente e molesta che, come una molla, balzava fuori ogni qualvolta qualcuno mi porgeva quella domanda.

Come avrei potuto? Mi sentivo come un criminale, un essere ingrato e immeritevole di tutte le preoccupazioni che stavo facendo patire ai miei genitori, a migliaia e migliaia di chilometri di distanza.

Tuttavia non potevo neanche continuare a negare la genuinità del mio pensiero.

Perciò, in qualche modo, ho cercato di darmi una spiegazione, di trovare una motivazione, di escogitare, sinceramente parlando, una giustificazione.

Non ricadrò nel banale stereotipo che vuole noi italiani troppo attaccati alla propria cultura culinaria per poter (soprav)vivere di altro, sostenendo a spada tratta l’insuperabile e insormontabile primato in fatto di cibo.

Ho infatti capito, sperimentando il confronto con altri stranieri, che, per quanto ostile e pieno di difetti possa essere visto il proprio Paese, ogni nazione considera tuttavia la propria cucina come la migliore.

Partirò piuttosto da un presupposto ancora più banale, se volete, che è quello che vede girare tutto attorno al concetto di amore.

Cosa c’entrerà in questo discorso? Neanch’io inizialmente sapevo spiegarmelo.

In fin dei conti non ho mai pensato al cibo come all’amore.

Non posso certo negare l’irresistibile piacere che ne deriva, ma oltre a questo niente più.

Quand’è, dunque, che ho iniziato a prenderlo in considerazione?

Quand’è che sono uscita dal mio guscio di vergogna per affrontare, non senza paura, una cosa talmente stupida che dovrebbe far venir solamente voglia di ridere?

Dev’essere stato quando un pezzo della mia famiglia è venuta a mancare, portandosi dietro tutte le sue abitudini a cui ero ormai avvezza anche io, spingendo tuttavia noi al rigurgito di tutti quei ricordi, quei racconti, quei modi di fare che erano ormai una consuetudine, della quale pensavamo di poter fare a meno ma di cui abbiamo iniziato a soffrire la mancanza quando è scomparsa.

D’altronde, la sua prima preoccupazione era che io mangiassi bene e la sua ultima promessa che io potessi mangiare bene al mio ritorno, di nuovo.

Ma questa perdita, improvvisa e inaspettata, ha fatto luce su tutti quei piccoli gesti a cui non avevo mai fatto caso.

Così le richieste di mia madre riguardo a cosa mi sia mancato e cosa vorrei mangiare nei prossimi giorni diventano una benedizione e una carezza insieme.

Così come lo sono i miei biscotti preferiti in dispensa, la pizza fatta in casa la domenica pomeriggio per merenda, le pastarelle che “sono tutte per te”, sebbene possano sfamare la famiglia intera.

Solo dopo aver sofferto la nostalgia del cibo offerto dalla mia casa e aver avuto la possibilità di goderne ancora che ho compreso l’affetto che si cela dietro a queste minuscole, non per questo trascurabili, attenzioni.

Non mi vergogno più, dunque, ad ammettere che il cibo sia stata la cosa che più mi è mancata.

Quella gioia a cui riconduco tantissimi ricordi, belli o brutti che siano.

Quel momento di quiete, una bolla fuori dalla quale si lasciano tutte le fatiche del giorno, gli impegni e i pensieri rumorosi, un mondo a sé e invaderlo equivarrebbe ad essere blasfemi.

Il cibo che va a rappresentare il confronto di idee, i dibattiti, le verità e le bugie, un rituale che vede protagonisti l’odio, l’amore, il rancore e quanti altri sentimenti ancora che sarebbe ridondante citare qui, ma che ognuno di noi conosce però bene.

Attorno al cibo si stringono gli affetti e anche coloro che una volta erano sconosciuti diventano fratelli, nell’esperienza di mettersi in gioco e provare cose nuove, scambiarsi aneddoti e storie dal sapore antico e un po’ retrò.

Ad esso ricollego tutto. Ripenso perciò alle pedalate di mio nonno, che si alzava la mattina prestissimo per raggiungere in bici la sua panetteria di fiducia e comprare la focaccia che ci avrebbe accompagnato durante le lunghe e noiose ore in macchina, e capisco quanto sacrificio e quanta soddisfazione ci fossero in quell’atto che era il suo modo di augurarci “buon viaggio”.

Oppure mi ritorna in mente quel pomeriggio gelato di fine gennaio, una signora sconosciuta mi aveva offerto quattrocento won di caffelatte, perché faceva freddo ed io ero sola con me stessa, anche se non così tanto in fin dei conti. Dovevo averle fatto tenerezza e quella bibita aveva parlato al suo posto.

Da ora inizio a pensare al cibo come all’amore.

Perché se condividere è amore, allora da qui al cibo il passo è breve.

Come piccola è la distanza che bisogna coprire quando due culture lontanissime si incontrano anche se non sanno parlarsi.

Questo Dio non deve averlo messo in conto quando fece crollare la torre di Babele: il cibo è, insieme a pochi altri doni, una lingua universale d’amore.

 

testo e foto Rita Bernardi

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