La crisi

ATTI UNICI CON INTERVALLO – PARTE IX

La crisi.  

 

Forse alcuni lettori avranno fatto – o faranno – fatica ad orientarsi in questa storia abitata da serate e spettacoli da preparare, visioni notturne, concorsi, recite di bambini o spettacoli davanti a un pubblico pagante. Forse, pensavo prima di scriverne l’ennesimo capitolo, sarebbe stato bello procedere attraverso un ordine cronologico, o un qualsiasi tipo di ordine mentale che potesse facilitarne la coerenza.  

Eppure i ricordi mi giungono così, in ordine sparso, mescolando passato e presente, aneddoti di gioventù ad estenuanti riflessioni.  

La situazione che si viene a creare ogni qual volta ci si ritrova a mettere in scena uno spettacolo, scrivere o riadattare un testo senza sapere bene da che parte iniziare è sempre la stessa: all’ inizio regna l’entusiasmo, butti giù le idee senza censura, non pensi alle tempistiche, lasci che a dominare sia la creatività.  

Finché non arriva; sempre, inevitabilmente, senza eccezioni.

La crisi è lì che ti attende dietro l’angolo; non si sa quando né come, ma prima o poi quasi certamente, arriverà: un momento di impasse, una soluzione che non funziona, un’idea che non riesce a tradursi in realtà; sono solo piccoli esempi di come essa si può manifestare.

Alcune crisi si risolvono con una pizza e una birra, la sera dopo le prove, in quel momento in cui sei troppo stanco e non ci pensi più. Ti ritrovi in un pub, vicino alla sala prove, a disquisire sulla temperatura della birra, o se sia meglio la mozzarella normale o quella di bufala, finché non si apre una prospettiva.  Ho visto tante crisi risolversi nel momento in cui si è più rilassati e si smette di pensare ai risultati.

Altre, invece, purtroppo durano nel tempo, e venirne fuori richiede più fatica. Talvolta comportano perdite, altre volte se ne esce più forti di prima.

Di una in particolare conservo un forte ricordo.

Qualche anno fa, io e i ragazzi della compagnia, ci cimentammo nella messa in scena di un testo di un autore americano contemporaneo. Non ricordo il nome dell’autore, ma la storia era ambientata in un ospedale psichiatrico: era un insieme di dialoghi confusi che oscillavano continuamente tra il tema della follia e quello della normalità.

Ad una prima lettura il testo ci era sembrato molto arguto e gradevole, ma quando iniziammo a lavorarci sopra vennero a galla le prime difficoltà.

Era un testo lungo e in alcune parti complesso; effettuare dei tagli, però, avrebbe comportato una difficile comprensione della storia.  Era comunque ormai troppo tardi per cambiare, e più passava il tempo, meno ce ne rimaneva per proporre soluzioni accettabili.

Discutevamo spesso, le soluzioni proposte erano assurde, o troppo didascaliche.

Le prove avevano perso di leggerezza, ed essendo che a quei tempi il teatro era quasi solo un piacere (non certo fonte di guadagno) cercavamo sempre motivi buoni per saltarle.

Più di una volta, in quel periodo, pensai di mollare tutto. Che senso aveva perdere tempo con qualcosa che non mi piaceva più fare? Forse l’unica soluzione sarebbe stata tirarsi indietro, annullare le date previste.

Ricordo che anche quella volta fu una visione notturna ad aiutarmi: era l’apparizione di uno dei personaggi principali, uno dei matti, che come da buona tradizione teatrale, sono coloro che dispensano consigli migliori.

Egli compariva una notte dicendomi di non cercare il senso di ogni cosa ma farmi guidare dalle suggestioni.

Da quel giorno andò molto meglio.

Coinvolsi anche gli altri in questa nuova proposta ed iniziammo a farci guidare dalla sonorità delle parole, dal ritmo, dalla tonalità, e come spesso accade in questi casi il significato venne da sé.

Quella volta riuscimmo a ritrovare la passione e la gioia di provare giusto in tempo per il debutto.

La crisi ci aveva unito, e superarla ci aveva donato consapevolezza.

Proprio a questo pensavamo quando mettemmo in scena il testo di quell’ autore americano di cui non mi ricordo in nome – anche se mi rattrista ammetterlo, quello spettacolo non piacque quasi a nessuno.

 

di Erika Cataldo

 

photo: Marcello Piu

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