LA MECCANICA DEL CUORE

rubrica (D.)’ispirazione

 

Ispirare per ispirarci: quando le storie altrui ci spingono a scrivere e a scriverci.

 

Anche tu sei l’amore.

Sei di sangue e di terra

come gli altri. Cammini

come chi non si stacca

dalla porta di casa.

Guardi come chi attende

e non vede. Sei terra

che dolora e che tace.

Hai sussulti e stanchezze,

hai parole – cammini

in attesa. L’amore

è il tuo sangue – non altro.

(Cesare Pavese)

 

LA MECCANICA DEL CUORE

di M. MALZIEU

 

Silenzio (adagio)

Nasco così; il travaglio di mia madre inizia all’improvviso, nel giorno più gelido del mondo.

Tutto si cristallizza, mentre alla giovane donna che mi sta partorendo s’infiammano le gote e l’anima pur di gettarmi fuori, di darmi in pasto a chiunque tranne che alle sue braccia.   

Nasco così; passo dal freddo di un utero che non mi ha mai voluto al freddo di un mondo triste che già mi vuole morto.

Piango e strillo come tutti i neonati, ma qualcosa subito si inceppa.

Il mio cuore non funziona, le valvole si aprono senza ritmo, dimenticano le logiche della loro fisiologia e mi lasciano senza sangue nei vasi, lo trattengono nelle camere cardiache come fosse un segreto da custodire, scrigno dei globuli rossi, tomba per la vita che mi appresterei ad iniziare, se solo potessi.

Mi sento solo, in queste circostanze d’ombre poco chiare; sento e non sento, vedo e non vedo.

Percepisco i dettagli sfumati di questa stanza che si appresta ad accogliere il mio corpo che si fa cianotico, si distorce, prova a gridare, ma l’aria s’incastra nei grovigli dei bronchi e le corde vocali rimangono immobili: pure loro rigettano il mio pianto.

Penso che cedere ora sarebbe un sacrilegio sacrosanto, l’ossimoro della vita che muore, il risparmiarsi mille fatiche già in partenza.

Che senso avrebbe, per uno come me, continuare a cercare il Sole in questo nero?

Dei passi si avvicinano, sento le mani più fredde del mondo sul mio corpo stanco, sento il formicolio di dita svelte sul mio petto d’infante, scorrono veloci, quasi provassero a suonare sulle mie coste una musica mai sentita.

La melodia che emano dal petto sa di scricchiolii e di battiti accelerati e poi diminuiti di colpo, di respiri affaticati inframmezzati dal rumore di ingranaggi che s’incastrano fra gli atri e le valvole, fra i ventricoli e le arterie.

Pesa, questa armonia; emetterla mi affatica, come affatica chi mi sta suonando. Sembra una donna – probabilmente una pazza o qualcuno che abbia perso una scommessa e le sia stato detto “Suona quel corpo, prova a vedere se funziona” e quindi eccola qui, a tentare di rimettermi in moto.

Sono uno strumento di incognite ancora mai scoperte, un violino che suona come un pianoforte, un abominio, un figlio non cercato, l’unico fiore del prato che non sboccia a primavera già inoltrata.

Sento il cuore che prova ad accogliere questi pezzi metallici, a farci amicizia, ma il loro rapporto non sembra funzionare granché bene, non si stanno simpatici.

La donna pazza sbuffa, ma è testarda, vuole vincerla proprio, questa sfida; smanetta e riprova, il dolore da lieve si fa insopportabile, le corde vocali cedono ed io riesco ad urlare, la gola raschia, il cuore comunque non pulsa.

La donna pazza fa un ultimo, disperato tentativo: stringe gli ingranaggi, vi incastra il mio cuore nel mezzo.

Silenzio – il mio sangue non scorre, la donna piange.

Silenzio – chiudo gli occhi, mi dico “È finita, ci ha provato, ci hai provato”.

Poi, d’improvviso, lo sento.

È lui, mi dico, è lui!

Il mio organo difettoso si risveglia intorpidito; fa uno strano rumore, sembra quasi un orologio, tic – tac,

tic – tac, ma è vivo, anche se segna i secondi, anche se fa male.

La donna pazza sorride; fra il sudore che le imperla la fronte e le lacrime non v’è differenza.

Il mio cuore metallico inizia a prendere ritmo, il sangue torna a riempirmi i vasi e gli organi, io mi coloro di rosa, sfumatura della felicità.

“La meccanica del cuore è ristabilita”, mi dice la donna, “ora tocca a te non farla saltare mai”.

Tic – tac (allegretto)

Avrei voluto dare retta, a quella donna pazza che ben presto ha sostituito mia madre e ha dato un senso al mio buio. Avrei voluto davvero, ma sono nato con un cuore strano, che ha sempre voluto fare di testa sua, d’amore suo. Infatti, mi ha fatto conoscere te, e la sua meccanica ha iniziato inevitabilmente ad andare in pezzi.

Tic – tac (vivace)

Il nostro amore è nato rapidamente; ti sei addentrata nelle cavità di questo organo malridotto e l’hai plasmato a tuo piacimento, vi hai poggiato sopra le tue labbra di velluto e l’hai carezzato, l’hai sfiorato con le dita e poi l’hai stretto in una morsa che non mi ha mai più dato tregua.

Ti sei mostrata angelo, mentre con gli occhi divoravi le mie pareti cardiache come il più affamato dei diavoli.

Abbiamo iniziato ad amarci così, come due lupi che cominciano a sbranarsi ancor prima di capire se possano far parte dello stesso branco o appartengano a quello rivale, per poi leccarci vicendevolmente le ferite che reciprocamente ci eravamo inferti.

Il nostro sentimento è sbocciato, il mio cuore ha allentato la presa sugli ingranaggi per fare spazio a te –  contenerti tutta richiedeva questo – e l’aritmia è sorta spontanea; da che ero l’ultimo fiore del prato in attesa di sbocciare, alla primavera successiva sono stato il primo.

Ancora non avevo capito che sarebbe stato meglio se fossi rimasto chiuso.

Tic – tac (presto)

Tutti ti cercano, tutti ti guardano; i loro occhi su di te sono seta fine pronta ad avvolgerti e a portarti via dalle mie mani, dal mio cuore ormai folle.

I battiti si sono fatti sempre più irregolari, ancora non mi sono fatto vedere da nessun medico; sono scappato con te via dalla mia donna – mamma pazza, non ho portato con me le medicine e gli strumenti per stringere i miei meccanismi cardiaci, ora si sono distanziati parecchio dalle mie camere cardiache per contenerti realmente tutta e la pompa funziona male.

Ho dolori dappertutto, ma non te lo dico mai, stringo i denti nel più falso sorriso. Tu non preoccuparti, amore mio, ti tengo tutta dentro di me, non potrò seriamente farmi del male.

Tic – tac (precipitando)

La mia mamma pazza mi ha insegnato che la melodia, nel corso dell’opera, si suona in diversi tempi.

Si parte adagio, con grazia; la bacchetta del maestro fluttua leggera nell’aria e l’orchestra la insegue, quasi inseguisse una farfalla, quasi in silenzio, per non farsi scoprire. Si prosegue poi più velocemente, con passo sostenuto, nel rincorrersi delle note che sfilano e tessono il motivo principale, quello da far durare più a lungo, quello che la gente, tornata a casa, ricorderà.

Poi, la corsa accelera, la trama si complica, i protagonisti dell’opera duellano, le note impazziscono e precipitano come pioggia sui tasti, il percorso si fa rocambolesco, prima di risolversi nel migliore dei modi, lasciando di nuovo spazio al tema principale, per far tornare i cuori di tutti leggeri.

Io, con te, non ho lasciato spazio al motivo, sono direttamente precipitato fra le tue braccia; mi sono accorto solo troppo tardi di non essermi dato tregua, di aver corso solamente, di essermi martoriato il cuore, di avergli fatto perdere il ritmo che alla nascita l’aveva salvato.

Abbiamo provato a rallentare, a conoscerci al meglio per evitarci il peggio, ma due anime già in fiamme possono forse spegnersi con l’acqua delle sole lacrime?

Tic – tac (grave)

Sento solo il vento flebile che mi punzecchia le orecchie, è il vento più freddo del mondo, ed io già so che effetto mi farà.

Ripenso ai miei tentativi di addomesticarti, di insegnarti come maneggiarmi con cura, ma le tue dolci mani non hanno mai voluto darmi retta, hanno solo stretto più forte.

Il cuore conta-battiti si è fatto sordo, quasi muto nella sua funzione, gli ingranaggi che lo sostenevano si sono totalmente arrugginiti, l’hanno abbandonato a sé stesso, così come ho fatto io, quando ho deciso di amarti senza pensare alle conseguenze, senza più curarmi del fatto di averti dato in mano la chiave per distruggermi.

Le mie parti meccaniche cigolano per l’ultima volta, percepisco il silenzio avvolgermi, assordante, come il rumore dei tuoi tacchi che segnano il tempo allo stesso ritmo del mio ticchettio, mentre mi lasci per sempre.

Chiudo gli occhi, penso che la morte ora potrebbe solo essere d’aiuto, la vera salvezza, nel deserto del cuore bruciato dal sole cocente dell’amore finito.

Mi addormento, sento finalmente la pace.

Poi, un flebilissimo rumore in sottofondo.

Sembra familiare, ma non voglio ammetterlo.

Tic- tac, tic – tac.

Apro gli occhi di colpo, la mia mamma pazza sorride.

 

Sono di nuovo un neonato, senza più dolore; il mio petto è vivo, sano, il cuore non è più squarciato.

Forse, in fondo, non sono mai nato. L’amore che rende folle il cuore l’ho solo sognato.

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