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Una donna nella Resistenza

Una donna nella Resistenza

L’8 marzo appena trascorso appare come Giornata internazionale della donna. È un giorno, o meglio, il giorno che deve essere vissuto come momento di riflessione, a parer mio, legato soprattutto se si pensa ai progressi che il mondo femminile ha pian piano conquistato, al rispetto e all’attenzione che dovrebbe meritare. Perché scrivo dovrebbe? Semplicemente perché resta ancora tanto da fare; un lungo percorso, dove insidie schiaccianti calpestano e riempiono numerose colonne in cronaca nera, di fattacci e tragedie. Specialmente questo preciso momento storico racconta ancora, purtroppo, episodi che scioccano e destano preoccupazioni, e mi riferisco ai femminicidi, stupri, violenze psicologiche e soprusi.

Dovremmo attuare una rivoluzione culturale: riecheggia ancora questo concetto, rimandando indietro negli anni, quando durante gli anni difficili di mafia, Paolo Borsellino e Giovanni Falcone cercavano una soluzione al problema. Ebbene sì, deve cambiare la mentalità, l’approccio.

Durante i terribili anni del fascismo la donna italiana è stata lasciata all’oscuro di tale giornata, evitando che essa potesse davvero conoscerne il vero significato. Al contrario, in altri paesi come la Germania (prima di Hitler), l’URSS e Francia, questa festa è stata celebrata per comunicare i progressi [nonostante fossero ancora pochi rispetto ad oggi] nelle conquiste della vita sociale.

 

“…Ma in Italia sotto il regime dittatoriale di Mussolini quali conquiste poteva celebrare la donna? Quali erano i problemi che poteva porre ad un governo che negava le più elementari libertà umane?…”

 

Sotto il profilo della politica femminile, il fascismo predicava bene e razzolava male. Innanzitutto perché nonostante si proponesse di estendere il voto alle donne, ciò non avvenne in quanto il ruolo sociale femminile era riconosciuto solo come madre di famiglia. Il regime insisteva sulla necessità di avere un popolo numeroso e giovane come condizione necessaria per realizzare l’impero. A tal fine, la donna fascista ideale doveva avere un fisico prestante, che le permettesse di esser madre di tanti e sani figli.

Il ruolo della donna in epoca fascista era relegato dentro le quattro mura domestiche, ma non mancheranno donne, specie nel mondo dello spettacolo e del giornalismo, che si imporranno in posizioni cui i colleghi maschi non potranno ambire.

 

La lunga lotta nella Liberazione Nazionale racconta il coraggio dimostrato dalle donne, in ruoli diversi, che ha contribuito in modo significativo al perorare della causa. Leggendo il bellissimo libro, Partigiane della Libertà, (Bessone, Roccaforte, NFC edizioni) mi sono imbattuto in una lettura ricca di emozioni e testimonianze di chi ha vissuto in prima persona le pagine più buie del nostro recente passato. Il coraggio dimostrato dalle tantissime donne a sostegno di innumerevoli ragazzi partigiani ha dimostrato quanto sia stato fondamentale il loro sacrificio, finché noi, figli di quei tragici destini, ci possiamo definire effettivamente liberi.

Vorrei concludere nel riportare un frammento di uno dei racconti più toccanti che ho letto in questo libro, che consiglio vivamente di leggere e conservare.

 

Le notti della tortura alla Casa dello studente

 

“La Casa dello Studente è diventata tristemente famosa; tutti la conoscono come luogo di tortura usato a Genova dalle SS tedesche e italiane. Giunta alla Casa dello Studente mi portarono in una grande camera per interrogarmi. In questa camera c’erano una novantina di tedeschi in continuo stato di ubriachezza, essi mangiavano frequentemente attorno ad un tavolo colmo di burro, salame, biscotti, zucchero, caffè, liquori, mentre io soffivo indicibili dolori allo stomaco per la fame che mi rodeva. Terminati gli interrogatori mi conducevano in una celletta sotterranea, completamente vuota senza neppure un banco per sedermi; vi passai sette giorni, senza aria e senza mangiare quasi nulla. Ogni tanto gli uomini delle brigate nere venivano per schiaffeggiarmi e quando non ero in grado di salire le scale, venivano Veneziani e il maresciallo tedesco ad interrogarmi nel sotterraneo.

Anche qui, di solito, gli interrogatori si facevano di notte e sempre nella camera che ho detto, alla presenza di una ventina di mostri tedeschi, ogni tanto mi legavano sopra una sedia e incominciavano a picchiarmi, poi mi legavano sopra un tavolo come un salame, in tal modo di non potermi muovere, e mi ci tenevano per delle ore intere. Ma le mie pene non erano finite. La tortura continuò.

Per farmi aprire la bocca, con un ferro mi ruppero due denti e la mascella e così poterono cacciarmi in bocca un batuffolo di straccio per imperdirmi di respirare e costringermi a parlare se non volevo morire soffocata. Poi ogni tanto mi conducevano ad un tavolo, sul quale dovevo sdraiarmi: vicino c’era un lavandino e poi aprivano il rubinetto, in modo che da una certa altezza, in moto intermittente, mi cadevano delle gocce d’acqua sulla testa, sempre sullo stesso punto. Dopo un po’ di tempo la testa mi sembrava scoppiasse di dolore. Poi ancora mi introducevano birra e grappa nelle narici, perché la gola era serrata dal batuffolo di stoppa ed ero imbavagliata. Un tedesco, che doveva essere un medico, mi teneva il polso in mano e ogni tanto ordinava di sostare e farmia respirare, poi ricominciavano; così facevano finché svenivo. E come se tutto ciò non bastasse, mentre ero sottoposta a queste atroci torture, Veneziani con un paio di pinze mi strappave le unghie dei piedi […]”

Rina Chiarini Scappini

 

di Ludovico Salemi

 

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