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I DUE ORSETTI

I DUE ORSETTI

C’era una volta,

in un reame lontano mille leghe da qui, vicino a un bosco di forti querce, una Principessa che viveva in una torre d’avorio molto alta. Ogni giorno, da una stretta finestrella della sua stanza, osservava incantata quel poco mondo che riusciva a scorgere: un pezzettino di prato, un pezzettino di cielo, un pezzettino del ruscello che scorreva in lontananza. Quel che aveva le bastava per essere completamente felice e, proprio per questo motivo, non aveva mai abbandonato la sua Torre, neanche per fare una passeggiata.

Un bel giorno vide arrivare al trotto un cavallo rosso con uno strano cappello e, incuriosita da questa cosa, si sporse un poco di più dalla finestrella per vederlo meglio.

«Buongiorno Principessa!» la salutò il cavallo, alzando il muso verso l’alto e facendole sgranare gli occhi per la sorpresa. «Scusami, non volevo spaventarti.»

«Oh bella!» esclamò lei. «Non ho mai visto un cavallo parlare, anzi non credevo neanche esistessero!» Il cavallo, divertito, scosse leggermente la criniera nera. «Da dove provieni? Chi sei?»

«Il mio regno si trova a tre giorni di cammino da qui. Il Principe che lo governa, buono e giusto, mi ha incaricato di venirti a prenderti per condurti da lui.»

«Ma perché? Io non voglio andar via dalla mia Torre! Sono felice qui.»

«Egli vuole dimostrarti che esistono mille mondi oltre a quello che conosci; regni incantati dove i fiumi scorrono verso l’alto, le stelle brillano anche di giorno e gli animali, come me, possono parlare.»

«Io non voglio andar via dalla mia Torre! Sono felice qui.»

«La tua, in realtà, non è felicità ma solo paura di vivere.»

La principessa ascoltò queste ultime parole senza fiatare, limitandosi a fissarlo in silenzio, in preda alla confusione. Chi era questo principe? Perché aveva scelto proprio lei? Ma soprattutto perché le stava chiedendo di rinunciare a tutto quello che fino ad allora le aveva dato sicurezza per andare in un regno lontano, sconosciuto?

«Coraggio, Principessa!» – la esortò il cavallo – «Fidati di me!»

lei chiuse gli occhi un istante, tirò un respiro profondo e, quando sentì che aveva preso una decisione, li riaprì.

«Va bene, signor Cavallo, verrò con te.»

E così dopo anni di isolamento scese dalla cima della sua torre di avorio e salì sul cavallo. Naturalmente aveva paura ma, come tutte le cose che temeva, decise di affrontarla con coraggio.

Cloppete cloppete cloppete, viaggiarono per tre giorni e tre notti, superando boschi, laghi, foreste e montagne. Sul far della sera giunsero finalmente al castello del Principe e trovarono le finestre illuminate a giorno e il ponte levatoio abbassato e privo di sentinelle.

«Ma non ci sono soldati a guardia del castello?» chiese la Principessa al cavallo, «Il principe non teme che qualcuno, magari un nemico, possa entrare e fargli del male?»

«Nel nostro regno i soldati non sono necessari. Il mio Padrone apre il proprio castello a tutti quelli che chiedono di entrare, anche solo per un saluto. Molti vanno via dopo un paio di ore, altri invece decidono di fermarsi per un po’. A ognuno di loro viene offerto sempre del buon vino e dell’ottimo cibo, ma se cercano di fargli del male allora il Principe non esita a sguainare la spada, che tiene sempre al suo fianco, per ucciderli!»

Arrivati nel cortile, la Principessa scese dal cavallo e, accompagnata dall’eco dei suoi passi, entrò nella sala reale. Dal soffitto color oro pendevano dei lampadari enormi, con piccole gocce di cristallo, mentre delle leggere tende rosse ornavano le cento finestre alle pareti; accarezzate dalla brezza serale, si muovevano pigramente come se la stessero salutando. Improvvisamente si accorse che in fondo alla sala vi era un trono su cui faceva bella mostra di sé un piccolo orsetto color arancione, con due occhietti vispi e un sorriso birichino sulle labbra.

«E tu chi saresti?» domandò stupita la Principessa mentre a passi piccoli gli si avvicinava.

«Io sono il Principe! Che domande fai, ragazza?» 

«Ma tu sei un orso!» esclamò sorridendo. «Non sapevo che un orso potesse essere anche un Principe!»

«Milady, son molte le cose che tu credi di conoscere e di sapere. Vedi, mia cara, esistono gli alberi, che si spogliano delle foglie in autunno, esistono i pesci, che nuotano nel mare, e il sole, che ogni mattina sorge e dona luce e calore a tutti noi. Tuttavia il mondo è molto più complesso di quanto tu possa anche solo immaginare. Esistono infatti cose come le emozioni, i brividi, i pensieri, la luce e le ombre» L’orsetto si alzò e le andò incontro, cercando di non inciampare nel lungo mantello di velluto blu. «Purtroppo sei abituata a osservare le cose solo con gli occhi della mente; permettimi adesso di insegnarti a guardare il mondo anche con gli occhi del cuore.»

Detto ciò la prese per mano e la condusse vicino ad una delle tante finestre.

«Per esempio,» le chiese indicando un punto lontano, «cosa vedi lì fuori?»

«Vedo delle stelle e vedo la luna.»

«Hai ragione, piccolina, ma in realtà ciò che stai osservando è la natura che ogni sera parla con gli uomini. Loro fanno salire i pensieri al cielo, soprattutto gli innamorati, specie se lontani, e le stelle li aiutano a far l’amore col cuore, guardandosi negli occhi grazie alla bianca Luna.»

La Principessa rimase in silenzio a riflettere su queste parole, anche se le riusciva difficile capire cosa stesse cercando di dirle il Principe Orsetto. 

«Tu stessa, guardati: cosa vedi?»

«Io? Io vedo una ragazza. Due gambe, due occhi, due mani…»

«E basta?»

«E basta, certo! Perché, tu cosa vedi?» domandò quasi stizzita la Principessa.

«Io vedo molto di più: io vedo un’orsetta nascosta sotto strati di crinoline e pizzi. Sì, vedo una piccola orsacchiotta rosa dal cuore grande, che non sa però di essere speciale.»

La Principessa rise divertita.

«È molto bello il suono della tua risata, ragazza, lo sai vero?»

«No, è la prima volta che qualcuno me lo dice.» rispose, abbassando gli occhi per l’imbarazzo e cercando una scusa per cambiare argomento. «Questo salone è bellissimo ma è troppo grande! Non ti senti solo a vivere qui?»

«Solo? Assolutamente no. Ho le stelle e la luna che mi tengono compagnia e ho i viaggi che faccio ogni tanto, alla ricerca della mia compagna. Credo di averla finalmente trovata, sai?»

«Davvero?»

L’orsetto annuì lentamente.

«Una sera ero qui a osservare il cielo e, all’improvviso, ho visto a est accendersi due stelle nuove. Erano belle, luminose, scintillanti, come poche ne avevo viste in questi anni.»

«E quindi?»

L’orsetto rise, socchiudendo leggermente gli occhi.

«Quindi ho iniziato a osservarle meglio e sai cosa ho scoperto? Che in realtà quelle due stelle, esattamente come me, parlavano ogni sera con il cielo. Principessa: quelle due stelle erano i tuoi occhi.»

«Come puoi esserne così sicuro?» chiese la Principessa, più confusa che persuasa.

«Piccola Orsacchiotta, quel che tu non sai è che le anime si riconoscono ancor prima che i visi si possano incontrare, possiedono un suono unico, come le campane che rintoccano a festa. Quando due anime possiedono lo stesso suono, passano la vita intera a cercarsi e vibrano forte sperando di trovare la compagna che risuoni nello stesso modo. Quando i tuoi occhi hanno cantato, i miei gli hanno risposto. E così eccoti qua.»

La ragazza non credeva alle proprie orecchie, le sembrava che tutto ciò che fino a un attimo prima le era chiaro, improvvisamente non lo fosse più. Ma chi era questo orsetto che l’aveva prelevata, portata in questo castello e adesso pretendeva di scombinare tutta la sua vita? Voltò le spalle stringendo forte le mani e, quando si girò a guardarlo, la rabbia le fece incendiare il viso.

«Ma di cosa stai parlando? Anime che vibrano, stelle che suonano, occhi che cantano?! Le stelle son stelle e le anime non suonano, né vibrano, né parlano. Questa è la realtà! Quello di cui tu parli è fantasia, degna di fiabe della buonanotte.»

Il piccolo orsetto le prese il pugno, aprì piano quelle piccole e sottili dita che tremavano per la rabbia, ma soprattutto per la paura, e se la poggiò sul petto:

«Chiudi gli occhi e ascolta.» e sorrise mentre parlava.

La Principessa chiuse gli occhi e si concentrò su quei due suoni che si rincorrevano veloci nel petto del principe.

Tump tump… tump tump

«E ora riaprili. Cosa vedi?»

Fece come le venne chiesto, li riaprì, ma tutto sembrava immutato: la sala enorme, i cristalli dei lampadari che, riflettendo la luce sulle pareti, disegnavano tanti piccoli arcobaleni, e davanti a lei quell’orsetto matto che le diceva cose strane. Persino la luce della luna, che filtrava attraverso le finestre alte, o le ombre disegnate sul pavimento, a scacchi bianchi e neri, erano le stesse.

Eppure… la Principessa alzò una mano e, con grande stupore, scoprì che al posto delle dita aveva adesso una piccola zampina dal pelo rosa.

«Cosa mi hai fatto?» domandò spaventata.

«Ti ho regalato te stessa. Vedi, le persone come te vivono convinte di essere altro e di avere, per questo motivo, un destino già segnato. Ma un vento interno le agita sempre, spingendole alla continua ricerca di un qualcosa che le aiuti a trasformarsi.»

«E quindi, io cosa sono?»

«Tu? Tu sei un’orsacchiotta, esattamente come lo sono io.» rispose il Principe. «Riesci a sentire la campana suonare, adesso?»

Lo guardò bene, lo fissò negli occhi – e in quell’istante capì tutto. Le parole le si bloccarono in gola per la troppa emozione e la sola cosa che sentì di potergli dire fu preceduta da una lacrima tonda che, rotolando, scese sulla guancia, dove venne asciugata da un dito del Principe.

«Insegnami a guardare il mondo con gli occhi del cuore.»

«Non chiedo di meglio, piccola mia.»

Mano nella mano si avvicinarono alla finestra.

«E adesso dimmi: cosa vedi?»

La Principessa volse lo sguardo verso l’orizzonte e finalmente percepì tutti i desideri che gli uomini affidano al firmamento, le loro speranze. Soprattutto le preghiere dei cuori innamorati, le lacrime degli occhi distanti che si guardavano attraverso la luna e si promettevano il migliore dei mondi futuri. Era troppo bello quello
che aveva scoperto.

Una manina le accarezzò il viso, dolcemente.

«Ora capisci quanto bello c’è nelle piccole cose, negli sguardi silenziosi, negli abbracci forti, nelle dita che si intrecciano?» domandò e, in risposta, la ragazza annuì sorridente. «Mille mondi dentro un solo mondo; e ognuno di essi ne può contenere altri mille.»

La Principessa guardò intensamente quel piccolo orsetto arancione, che aveva il colore dei tramonti estivi e degli occhietti vispi.

«Grazie Principe, grazie per avermi donato questo. Come posso ripagarti?»

Il Principe si avvicinò piano al suo viso e, dopo averle dato un leggerissimo bacio all’angolo delle labbra, l’abbracciò forte.

«Rimani ad abitare qui con me. Riempi del suono dei tuoi passi il salone. Fa che la tua risata, tintinnante come mille monetine, possa essere ascoltata in tutto il reame. Diventa la mia compagna e amami finché le stelle e la luna faranno l’amore con gli uomini.»

La Principessa non poteva credere a quanto stava vivendo, il cuore le batteva fortissimo nel petto; le sembrava quasi di poterlo sentire rimbombare nella sala.

«Ora che riesco a guardarti con gli occhi del cuore, posso vedere quello che sei realmente» gli disse emozionata. «Tu sei la piccola perfezione che la natura mi ha donato. Voglio rimanere per sempre insieme a te, cancellare tutto il mio passato e ricominciare una nuova vita.»

«Non chiedo altro, mio amato bene.»

E, baciandosi, salutarono il sole che stava sorgendo dietro le montagne lontane.

 

La leggenda narra che da quel giorno, nel reame del Principe Orsetto, dietro le tende rosse delle alte finestre sia possibile intravedere due piccole ombre danzare. In particolar modo, quando la luna è piena ed entrambe si fondono fino a diventare una sola ombra, può essere udita la melodia di due campane che rintoccano all’unisono, anche a leghe di distanza. In quell’occasione, una risata tintinnante come mille monetine, risuona in ogni angolo del regno.

E vissero felici e contenti.

 

testo e foto di Ketty D’Amico

 

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