SETA

Ispirazione

rubrica (D.)’ispirazione

 

Ispirarsi per ispirare: quando le storie altrui ci spingono a scrivere e a scriverci.

 

Accarezzami, amore

ma come il sole

che tocca la dolce fronte della luna.

Non venirmi a molestare anche tu

con quelle sciocche ricerche

sulle tracce del divino.

Dio arriverà all’alba

se io sarò tra le tue braccia.

(Alda Merini)

 

 

SETA DI ALESSANDRO BARICCO

 

 

Hélène

Ho gli occhi frantumati dal pianto, le forme morbide si appoggiano su queste lenzuola anonime, sole, e mi sento improvvisamente piccola; non ci sei tu a guardarmi, ad inglobarmi in quel tuo viso trasparente in cui mi  riflettevo – pure sulle guance, pure sui denti. 
Mi vedevo, fra le tue rughe d’espressione e le ciglia scure; mi vedevo, perché eravamo una cosa sola. 
Ci siamo conosciuti sulla soglia di una porta che mal segnava i nostri confini: trasparente, come il tuo viso, come le mie intenzioni; come le tue abitudini che sono comparse fra le mie vene, che hanno iniziato a comporre le mie occhiaie, a modificarmi le prospettive. 

I tuoi dettagli si sono incassati nel cemento non armato del mio cuore, m’accorgo che mi hai modellata a tuo piacimento e sono arrivata a non ricordarmi più di come fossi, prima di te. 
Ho imparato a scansare il vuoto, ad aggrapparmi alle tue ossa così tanto sporgenti da sembrare prive di pelle a ricoprirle, di un bianco puro, l’unico colore che di te mi ricordo, quello che davvero conta. 

Ci siamo osservati e sognati senza dircelo tante volte, abbiamo vissuto le paure dell’altro senza accorgercene, ma ora non siamo più qui, sulla soglia della nostra porta. I confini fra noi si sono segnati bene ed io non mi riconosco più, perché sono di nuovo intera, di nuovo sola, come queste lenzuola fredde, che non sanno più di niente. 

Tu sei altrove, sei divenuto trasparente, come i confini del mondo che invece tu puoi vedere, facendoti carezzare da mani che non sono le mie, lasciandoti inglobare da occhi che non sono i miei.

Tradisci senza tradire; nello sguardo hai fame di un qualcosa che va oltre alle apparenze.

Il tuo corpo si stupisce e per la prima volta lascia le abitudini, la meccanica della vita normale.

Così i tuoi occhi si abituano a nuovi colori, a nuovi rumori, ad una nuova pelle – che non è la mia.

Il tuo cuore di carne si trasforma, si lascia plasmare dai viaggi e dai profumi, si fa strada per i sentieri che percorri e diviene seta, come il filo impercettibile che ti lega ad un’anima che non mi appartiene, che io posso solo odiare.
Mi hai chiesto di parlare, e parlare mi è sembrato inutile, ridicolo; allora mi sono fermata e ho provato ad aggrapparmi a quella porta, l’unico frammento di te che mi restava.
Le mani non ne hanno riconosciuto le forme, si sono appoggiate male alla maniglia, come tu ti sei appoggiato male a me; hai provato ad abbracciarmi, ma le nostre fattezze non combaciavano più, non eravamo più feriti negli stessi punti: laddove tu eri già guarito, io ero piena di squarci per entrambi. 
Mi hai chiuso le mani, le hai lasciate abbandonate sul tavolo.
Un avanzo dei pugni che non ti ho dato, quando avrei dovuto, per potermi salvare. 
Mi hai guardata e sei rimasto immobile, intero; ti ho guardato e non sono riuscita a sostenere il peso di quell’apnea.

Sono scivolata fuori, piano. L’inquadratura si è spostata; la porta non si vedeva più, me la sono lasciata alle spalle. 
Ho provato ad essere forte, a farti vedere che anche io ero intera, che da sola valevo qualcosa, ma sono caduta in pezzi, e non ho trovato nessuna porta a farmi da scudo. 
Mi scompongo sempre quando non dovrei, mi frammento sempre quando non potrei e la mia anima rimane al contempo ad inabissarsi nel vuoto ed a vorticare nell’aria, non sapendo più chi sono, non sapendo più che sognare, se non posso sognare te.
Perché ci si annulla, per salvaguardare un sogno?
Perché ci si arrampica ad un cuore che non ci riconosce?
Dialogo con le mie fragilità trasparenti e me lo chiedo, quando tutto intorno è silenzio, quando non si sentono nemmeno i battiti, ora che mi hai lasciata sola e hai abbandonato la porta pure tu. Tu che ora sei intero, altrove. 
Ogni forma di vita sembra lontana, quasi possano esistere solo figure senza definizione, dotate unicamente di sguardi trattenuti nella memoria. 
Come ci si annulla, senza morire un poco, senza sentire il ritmo farsi sordo e poi morto, come qualcosa che si frantuma piano, senza lasciare nulla di sé, nemmeno nell’aria? 
Me lo chiedo mentre vivo – o mentre penso di farlo- accoccolata nel buio dei miei sbagli che portano nomi diversi, eppure hanno al denominatore sempre me, unica fautrice di tutte le mie inquietudini, unica anima a cui, malgrado tutto, possa ancorarmi.

 

di Diletta Ziveri

 

photo Joy Hope Rule

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