DUE IN UNO = SOLITUDINE

Riflessioni

 

DUE IN UNO

= SOLITUDINE

parte prima

 

Quando scrivevo sui muri che la solitudine non esiste, ci credevo davvero.

Quando mi veniva chiesto il perché di questa frase, la difendevo con le unghie anche se avevo di fronte persone che, effettivamente, avevano ragione sull’esatto contrario.
Ecco cosa ho capito con il tempo: la solitudine esiste, esiste eccome ed è logorante e diabolica.
All’epoca sostenevo con grande convinzione la teoria filosofica di Hannah Arendt che suggeriva come mai la solitudine fosse impossibile, fornendo la la presenza della coscienza come motivazione al proprio assunto.

Come possiamo essere soli, quando abbiamo una coscienza?

Certo, non saremo sempre obbiettivi e forse nemmeno del tutto sinceri, ma non possiamo definirci soli e mai potremo esserlo proprio grazie al fatto di parlare con noi stessi e, dunque, con la nostra coscienza. Grazie ad essa, possiamo evitare di ripetere gli stessi errori se impariamo ad essere persone migliori, se riusciamo ad amare e ad essere amati.
Ma che la solitudine non esiste, per me è una grande cazzata! Io mi sento sola. Io sono sola, e lo sono anche se ho una coscienza. Penso che per la Arendt il concetto di solitudine fosse molto più profondo di quanto uno possa aspettarsi; ho sempre creduto che, essendo vissuta nel periodo della guerra e, soprattutto, essendo stata ebrea, facesse riferimento a quei mostri senza distinzioni che hanno distrutto e peggiorato la qualità della vita sociale esistente a quei tempi. Così si rivolgeva ad ogni singola persona dicendo: noi non siamo soli ma, bensì, sempre due in uno.
Perché?

Perché siamo noi, grazie alla nostra esteriorità e alla nostra interiorità. Un binomio. Portiamo dentro qualcosa d’immensamente importante che ci concede di sbagliare per (si spera) non ripetere lo stesso errore, e che ci sgrida quando prendiamo una decisione errata e, allo stesso tempo, ci indirizza verso quella giusta.
Quando parlo con me stessa io sento la pienezza totale di quell’essere ingombrante che è la solitudine. Scopro così una Veronica fragile, molto più fragile di quanto non lo fosse già tempo fa. Perché quando accade, non posso mentire e nemmeno  nascondermi dietro a qualche stupida scusa.
Io odio rimanere da sola.

Odio parlare con la mia coscienza.

Odio quella parte di me che si crogiola in questi garbugli problematici senza via d’uscita.

Odio il silenzio che emana la stanza.

E odio il caos che produce la testa.

 

 

testo e foto Veronique Carozzi

alias Joy Hope Rule

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