Magia che svanisce. Magia che ritorna.

Non c’è cosa più brutta di quando ci si sente abbandonati dal proprio talento .
Nel mio caso, parlo della scrittura.

Possiamo definire questo fenomeno come Il blocco dello scrittore. Personalmente mi importa poco se io sia bravo o meno, l’importante è che io riesca ad esternare cose che senza questa mia passione non uscirebbero, e di conseguenza mi intaserebbero il fegato e l’anima. Detto questo, potete capire bene che, per me, oltre ad essere un piacere, è anche e soprattutto un bisogno; perciò, ogni volta che mi si presenta questo ammasso di roba che tenta di ammuffirmi dentro, in me scatta subito uno stato di paura crescente e proporzionale al lasso di tempo in cui rimango bloccato. Alla fine so che non c’è alcun motivo di avere paura, perché se non scrivo non casca certo il mondo; però, se ci fate caso, anche quelli che hanno paura del buio non hanno motivo di averne, ma stare nel buio li fa stare male.

Così accade a me: starmene nel buio dei fogli bianchi mi fa stare male.

Se non c’è l’esternazione, non c’è luce, un pò come quando lasci che la tua stanza si riempia del tuo vissuto senza mai scomporre nulla di ciò che hai portato all’interno: che sia polvere, che siano oggetti, che siano emozioni. All’inizio ti sembrerà più personale, ma poi ti accorgerai che tutto diventa solamente un’accozzaglia tra passato e presente, e che finirà per evolversi in un peso attanagliante e in auto sabotaggio.

Proprio in quel momento ti accorgi che devi dare una pulita, in tutti i sensi.

D’altro canto, anche il vuoto e l’assenza fanno paura, un pò come quando conosci qualcuno: non essere capito ti fa stare male, ma anche essere capito alla perfezione e sentirsi nudo, senza scudi né protezioni fa sentire a disagio. Anche scrivere in continuazione fa male: ti fa sentire scarnificato e impossibilitato a donare ancora.

Insomma, gli eccessi sono terribili.

In ogni caso, tornando al blocco, io penso che vada affrontato con serenità e con accettazione. Per esempio, quando accade a me, mi dico sempre: l’anima accumula per poi scoppiare più tardi – l’anima riposa per dare il meglio di sé. In pratica lo prendo come un viaggio interiore, una specie di meditazione, una grotta dove il saggio eremita si dimentica di tutto e rinasce da radiosa fenice dalle proprie ceneri. Mi convinco di maturare e che, dopo, mi sarò evoluto. In effetti credo proprio che sia così.

Bisogna saper aspettare, bisogna sapersi aspettare.

Perché è prima di tutto la nostra anima che ha bisogno di tempo.

E forse, per quel che mi riguarda, è esattamente questa cosa che mi dà maggiormente fastidio, perché io odio aspettare. Sono una persona frettolosa, ma non come la gatta che fece i figli ciechi; sono una persona entusiasta che non vede l’ora che accadano le cose, e il non sapere quando questo orologio fermo ritornerà a contare le ore mi fa stare in subbuglio.

D’altro canto, come dicevo prima, a volte anche l’iperproduzione fa star male. Difatti i momenti di blocco sono molto piacevoli quando arrivano dopo uno stato del genere, e sono veramente rilassanti; oltretutto devo ammettere che la cosa più bella è proprio quando, dopo questi stalli, torno a scrivere.

 

di Amedeo Camerini

in arte Cassandra

 

photo Dahila

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