Casualità ocra

 

Paula è longilinea, capelli lunghi e neri, gli occhi vispi.
Al tempo io andavo. Certe volte camminavo. Ad occhi chiusi.
La incrociai una mattina d’Inverno, nelle strade di questa città dal nome che ricorda.
Lei aveva un vestito a fiori, dalle tinte gialle e curve, mischiate ad una tonalità ocra il cui nome avrei imparato a conoscere solamente mesi dopo.
Voleva che il suo nome venisse pronunciato calcando i sogni sulla u, lasciando perdere la a, vocale amica di Narciso, che trovi in ogni dove.
Io sapevo cosa fosse la vita. Guardavo l’aria spargersi nei polmoni dei senzatetto, clochard incappucciati da giornali sportivi a righe nere su sfondo rosa, e mi chiedevo se i loro sguardi fossero un’idea semplice, alla maniera di Platone, oppure vive espressioni di una volontà perenne che circumnaviga il globo alla ricerca del perfetto ed intangibile.
Non so raccontare storie che abbiano capo e coda, alla maniera dei successi editoriali. Amo Cortàzar ed il mio amore giovanile fu Saramago; amoreggio volentieri con le parole degli scrittori russi.
Essere, per una storia, diventa un affare complicato quando bisogna mettere mano alla carta: si rischia di scrivere racconti pretenziosi, da scrittori vissuti. Pensieri dispersi tra queste belle menti del ventunesimo secolo; menti che hanno bisticciato, a lungo negato il sorriso, con il parlare spontaneo.
Paula questo lo sapeva, ma si guardò bene dal dirmelo mentre la sorreggevo per portarla in una catapecchia ai bordi della strada – sconciata per le piogge – per curarle le ferite che sbocciavano da quell’anima contrita e concentrata sulle nicchie del mondo. Lì dove si nasconde il nero degli abissi infruttuosi per menti eccelse.
Ricordo il giorno in cui Paula venne a trovarmi. Si beveva thé per scoprire il Nirvana e lei, col suo vestito sempre giallo e sempre incantevole, presagio di morte e di vita adultera, mi scuoteva l’animo col taglio d’occhi da orientale.
Mi sembrava un film già scritto. Una poesia in continuo aleggiare.
Una prosa smessa. Un racconto insipido.⁠⁠⁠⁠

 

di Vincenzo Di Giorgio

 

photo di Asia Sabatelli

 

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