Il gabbiano

 

Di pomeriggio si poggiava sul davanzale, fuori dalla finestra chiusa. La ragazza lo guardò dapprima stupita, poi ammirata per l’insistenza e la precisione di lui. L’ora era quasi sempre la stessa. Infine  lei prese ad  attenderlo, come se aspettasse un amico. Dietro i vetri, all’esterno, il gabbiano si tratteneva per qualche istante. Lei, all’inizio e con cautela, si avvicinò alla finestra, poi  osò di più: aprì piano i vetri e posò del cibo sul marmo. L’animale gradì, quel giorno e nei giorni successivi.  Si fermava dietro la  finestra, ogni pomeriggio, per qualche istante. Appena poco dopo che la ragazza giungeva in quella stanza d’ospedale, dove la madre, adagiata in un letto, trascorreva il suo ultimo tempo.

La donna si spegneva lentamente, ma la figlia pensava che, se fosse stata accanto a lei, a stringerle le mani, a darle il suo calore, la madre si sarebbe fermata ancora. E forse non l’avrebbe lasciata.

La figlia la accudiva, le dava il cibo e si scioglieva di tenerezza nel vederla rianimarsi un poco nel mangiare. E la madre, che non voleva rattristarla, masticava anche senza voglia, ma si ricordava di quando era lei a nutrire quella bambina, prepotente e vivace,  che la sfidava sempre.

La donna sentiva finire le forze, ma la presenza della figlia la confortava nel profondo e da qualche tempo la divertiva la presenza di quel gabbiano. La figlia le raccontava della sua bellezza, di come mangiasse in fretta le briciole che lei furtivamente metteva sul davanzale, di come poi spiccasse il volo. Se avesse potuto, la madre si sarebbe alzata a guardare da vicino, ma dal suo letto vedeva solo un biancore di ali oltre i vetri e  sentiva l’urtare potente e rapido del becco sul marmo.

La chiamarono di fretta: la madre si era aggravata. Si gettò a raggiungerla, disperata, pregando di fare in tempo. Salì le scale, affannata e veloce. Nella stanza, la madre, pallidissima, le palpebre abbassate. La figlia rallentò i passi e si avvicinò piano, per non agitarla. La madre riuscì ad aprire gli occhi e la avvolse in uno sguardo che raccoglieva tutto quanto voleva dirle. Allora la figlia, stringendole le mani, le chiese di restare, disperatamente; “Dobbiamo fare tante cose. Parlare ancora del passato, aggiustare il glicine, sistemare il camino per il prossimo inverno. Sentire la tua voce. E avere le tue carezze, anche se sono adulta”.

Le mani della madre strinsero forte le sue. Poi dolcemente si allentarono.

Fu come se si fosse spento il sole. Lei si sentiva gelare. Rumori attutiti, gente nella stanza, la madre bellissima e immobile.

Lei si accostò alla finestra. Il gabbiano, fedele al suo impegno, era poggiato sul davanzale, come ogni pomeriggio, ma non si trattenne. Come se avesse ultimato il suo compito, aprì le ali e si levò, potente verso il cielo. Ma questa volta non era solo: accanto a lui un altro gabbiano fendeva l’aria. E tutti e due si innalzarono verso il sole, le ali spiegate a sfidare il vento. Liberi.

Accanto alla finestra, lei rimase a scrutare il cielo. Nei giorni che seguirono, un vuoto immenso.

Un groviglio affranto di pensieri. Poi, l’immagine viva di ali spiegate. Quel volo di gabbiani cominciava lentamente a consolarle l’anima.

 

di Gloria Lai

 

photo: Marcello Piu

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