Sulla Vita, sulla Morte.

Non ho mai avuto un rapporto particolarmente drammatico con la Morte: sempre abbastanza “in sordina”, astratto, remoto.

Al primo funerale a cui andai, di un lontano parente, preferirono che io non guardassi. Ed io non guardai.

Tutt’ora continuo a non averla mai vista in faccia – la Morte – e non so come mi sentirei vedendo una persona amata lì sdraiata, senza possibilità di rispondere ad alcuno stimolo esterno.

Da bambina sentivo un profondo struggimento e tristezza, ma ero troppo piccola e non ero mai consapevole pienamente dell’enormità della cosa. Ora, da adulta, l’enormità di questo passaggio inequivocabile mi colpisce.

Io so perché la mia penna rigira tra le righe questo tema, in questo mese assolato che sembra fatto per parlare di tutt’altro, ma il perché non serve saperlo. Serve, però, riflettere sulla coincidenza: quando il mondo esplode di vita è proprio allora che una mancanza, o uno stato di prostrazione mentale acuto, si fanno sentire di più.

Il dolore trae vigore in negativo, dalla gioia degli altri, in contrasto con tutto quanto c’è di bello. Il dolore è, in sé, qualcosa di sconfinatamente oltraggioso, quasi una derisione.

“Guarda il mondo come va avanti, mentre tu sei lacerato…” sembra dirti.

Ti ritrovi in un pomeriggio soffocante di canicola, nel quale gli anni che hai ti hanno tolto quella generale inconsapevolezza di cosa stai qui a fare, e ti hanno lasciato in cambio quel groppo alla gola, quel senso di smarrimento, quell’amore sconfinato per chi stai salutando.

E poi quelle domande che ti poni, per farti uno scrupoloso esame di coscienza e fare la conta di ciò che hai fatto, di quante volte sei stato manchevole, di quante volte sei stato presente e di quante, ora, ti senti sulle spalle di non esserci stato. Sai che forse, più di così, non potevi fare, ma quel groppo non va via, e il peso di quel “non potrò più chiedere scusa a …… di non esserci stato” non potrà mai essere risolto, espresso, perdonato.

Resta una cosa tra te e nessuno.

Ti ci spacchi la testa per un giorno, due, tre; o per mesi, o per anni, in base al legame che ti unisce con chi se ne è andato.

Ma poi accade che qualcosa ti si insinua nella testa: un colore, una gioia inaspettata, un dettaglio, una canzone.

Un senso generale di respiro.

“E quel cuore senza un pezzo” come cantava Ligabue, riparte.

Ti senti in colpa, quasi fosse un tradimento a quel senso di prostrazione e dolore, a quel “voler ricordare per sempre”, come se fosse nella tristezza, la risoluzione di quella promessa e di quel giuramento.

Ma è poi la Vita, sempre lei, sempre quella sprizzante primadonna, che l’ha vinta. Sempre lei che ti fa capire che il ricordo, quel “per sempre”, è bello ricucirlo, ricamarlo, intagliarlo e incastonarlo (tutti aggettivi che identificano lavorazioni preziose non a caso….) in ogni nostro respiro.

 

Questo pezzo è dedicato a tutti i nostri cari, a tutti i nostri affetti che ci hanno lasciato quando non ce lo aspettavamo.

Ed è dedicato a chi è rimasto: che trovi nella voglia di vivere e di gioire, il “ricordo” e il “per sempre” che l’amore merita.

 

di Cinzia Catena
photo di Katia Zappulla

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