Due parole sul Desiderio

Perché accada qualsiasi evento c’è bisogno di una differenza di potenziale

e ci vogliono due livelli bisogna essere in due, allora accade qualcosa […].

Un desiderio è costruire“.

Deleuze

 

Nell’enciclopedia della psicoanalisi di Laplanche e Pontalis, la parola DESIDERIO viene distinta da bisogno che è rivolto ad un oggetto e si soddisfa con esso e domanda che è rivolta ad altri. Il desiderio è invece rappresentato dallo scarto tra bisogno e domanda. Scarto, quindi differenza, distanza da. Se andiamo a riprendere l’etimologia della parola desiderio Questo termine deriva dal latino e risulta composto dalla preposizione de- che in latino ha sempre un’accezione negativa e dal termine sidus che significa, letteralmente, stella.

Desiderare significa, quindi, letteralmente, “mancanza di stelle”, nel senso di “avvertire la mancanza delle stelle”, di quei buoni presagi, dei buoni auspici e quindi per estensione questo verbo ha assunto anche l’accezione corrente, intesa come percezione di una mancanza e, di conseguenza, come sentimento di ricerca appassionata.

Il desiderio quindi può essere costruito e percepito solo all’interno di relazioni. Eppure mi confronto spesso con persone che hanno grosse questioni aperte con il desiderio. Ci sono delle frasi che segnalano un po’ queste questioni:

 

“Se lo faccio, lo faccio per te”

“Non si può certo fare sempre quello che si vuole”

“Fai quello che ti dico perché sono tuo padre!”

“Sei sempre stata troppo timida”

 

Ecco, questi sono solo alcuni esempi di espressioni che non tengono in considerazione il desiderare cioè quella capacità di pensare l’Altro da sé come separato, distinto, con emozioni proprie e quindi differenti con cui interloquire. Il desiderio è la capacità di trasformare l’altro mentre si trasforma la propria attesa (Carli, 2002).

L’obbligo, contenuto in quegli esempi, è il contrario del desiderio: riempirsi di doveri, compiti, di mille cose da fare ci aiuta a mantenere lontana la possibilità di domandarsi cosa si desidera. Farsi questo tipo di domande sembra rappresentare un rischio, il rischio di trasformare e trasformarsi in progetto. Il progetto ha la caratteristica di essere nella realtà e quindi di poter essere perseguito e costruito. Il progetto, ha tempi, luoghi, relazioni, scelte.

Il desiderio quindi ha anche a che fare con la scelta e chi sceglie sa chiedere, sa cosa gli manca (De-Sidera), costruisce significati insieme agli altri, approfondisce, diverte e si diverte (Dal lat. divertĕre ‘volgere altrove, deviare’), ossia diverge da ciò che è pre-costituito.

Eppure come ho sottolineato all’inizio non è semplice avere a che fare con il desiderio, anzi. L’idea che mi sono fatta è che desiderare mette in una posizione scomoda, senz’altro perché nuova, aperta ed esposta.

Un desiderio tende a manifestarsi come la distanza tra ciò che accade, la realtà, e quello che sento dentro di me. Spesso questa distanza si manifesta in superficie con un disagio appunto, una sorta di malessere. Noi, quando avvertiamo un disagio, tendiamo ad eliminarlo, ognuno a suo modo (l’obbligo, l’oblatività, la pretesa, il diffidare, sono alcuni modi). Ed invece il disagio andrebbe coltivato perché nessun desiderio può saltare la fase del disagio. Il disagio è il primo grado del desiderio (Labodif, 2016).
di Alessia Fedeli

 

 

Photo: Pixabay

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