Riluciamo?

 

All’Atelier della Luce, sia detto una volta per tutte, si riluce.

ll tempo dell’Atelier è un tempo strano, sospeso, dilatato, fuori tempo.

È un tempo d’estate, un tempo destato, svegliato, persuaso che è il meglio che c’è.

È un tempo del fare, un tempo presente che chiama presenza di sé.

Quasi fosse una scelta, quasi fosse una svolta occuparsi nel tempo di sé.

L’eleganza del tempo, il piacere del tempo è la gioia del tempo sentito invitato, sedotto di noi.

Conquistiamoci il tempo, con le nostre fattezze più belle, si spogliano piano di noi, i vestiti gettati d’incanto a scoprire un corpo di luce, che rischiara, rischiando e raschiando il meglio che è.

 

A volte tutto si ferma ed aspetta.

È un rincorrersi, riprendere fiato: ti ho presa, ti ho preso, ti ho perso, ti ho persa. Chissà chi si trova davvero, e chissà chi si aspetta.

Non è questione di tempo, è pazienza che sta nella grazia sospesa: non fiata, non piange e non ride, oppure lo fa ma non troppo forte, l’incanto va accudito dal chiasso, dai toni di voce arrabbiati, dai sassi lanciati nell’acqua che sprecano schizzi di vita e spremono via lo scorrere lento.

Non c’è gara che tenga, non si vince o si perde, ci si usa con garbo, rendono l’omaggio supremo ai se stessi che osano usarsi e scoprirsi adeguati a quel sogno che da svegli è più bello e ci tocca bussando sul cuore.

E partire da lì?

L’Atelier della Luce ha gli occhi verdi, di quel verde sorprendente che si può anche non notare: è come qualcosa che non riesci a ricordare, come un dettaglio in cui si è impigliato il cuore.

Lui è nel suo spazio, spazio designato che incontra vocazione e sogno e li fa suoi prigionieri e per liberarli chiede un riscatto così alto che non può essere pagato e loro, i prigionieri, già amano il loro carceriere e lo scongiurano di non farli uscire mai. Entrare invece è consentito, certo bisogna osare, che è appena un po’ più in là del rimandare e un po’ più in alto del prima o poi ci devo andare.

Ma non è l’attesa che fa grande l’Atelier, piuttosto è quella sua dedizione a impolverarsi, quella sua sventatezza a macchiarsi di colore, quel suo stare come un isola spavalda lungofiume. D’un tratto cambia tutto in modo così repentino da apparire nato, non rinato, ma nato come la prima volta di sempre, ottuso ed entusiasta, eroico e folle si getta nella mischia e va incontro a solo Dio sa cosa, che è pieno di suoni, rumori, schiocchi, sfregamenti, umori, e di tutto ciò si vede il canto che è rosa velato, azzurro bambino.

Se c’è una madre sarà la primavera?

E quei veli che le cingono i fianchi quali grazie copriranno?

Che basta poi un filo di vento a farli volare via, sapremo essere all’altezza di questo incominciare nudo?

Lasceremo le resistenze?

Lasceremo?

De-esisteremo?

Io non insegno nulla, accudisco, creo uno spazio, semino. Di questi tempi pare poco. Semplicemente stare, respirare entrare nel colore. Pare tanto dire che accudisco uno spazio sacro, è così lo faccio con piccoli e grandi che a ben vedere sono solo punti di vista, poi non rilascio attestati ma talvolta abbraccio, corpi che si incontrano, si raccontano.

La bellezza spesso è sottrazione, togliere anziché mettere.

L’Atelier della Luce, è  luogo di poetico stare e rifrangere.

Incalza il tempo: è come se l’anno volesse già finire d’ottobre, finita una corsa arriva l’arrivo, un po’ per magia e un po’ per destino, e scivola piano tra salti e sussulti, tra ghiacci perenni e deserti di sabbie dorate, adorate in quel loro voler riflettere il sole. Il freddo lo fa perché ha imparato a fare così, e segue la via del fare ciò che è consueto, potrebbe scartare di lato e stupirsi di un freddo che bolle e rincorre un fare davvero che è uguale e diverso, è oltre il previsto e forse è un po’ nuovo.

E il mondo?

lo vogliamo vedere, scartare la carta da pacchi marrone e vedere davvero quell’oro che c’è?

Mica tanto, son briciole pure che vedute con la coda dell’occhio non scompaiono più.

Fare spazio tra il visto e il non visto, come se l’intravedere confermasse la possibilità: che tra certo ed incerto, c’è uno spazio. Lì, in quella stanza grande e invisibile, può accadere l’inaspettato, socchiudersi, acconsentirsi, incominciarsi.

Quanto moto c’è nell’essere fermi?

La velocità dell’attesa è così variabile, così soggettiva che sfugge via o sta e centrifuga via gocce di dubbio, acqua residua di pianto o riso e ci fa pronti a stenderci al sole. Lui sì ci asciugherà con quella sua perizia lontana anni Luce dal giudizio, con quel suo rinfrancarci innato che rende lieve il ricominciare.

All’Atelier della Luce si ricomincia sempre, tutti i giorni.

 

 

Testo e foto di Nadia Sponzilli

 

Scopri di più sull’Atelier della Luce e su Nadia Sponzilli.

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