PERCHÉ SI DICE ADDIO di Giulia Carcasi

Ispirazione

rubrica (D.)’ispirazione

Ispirarsi per ispirare: quando le storie altrui ci spingono a scrivere e a scriverci.

 

Mi avevano suggerito di cogliere l’attimo con te.

Ma io ho preferito annaffiarlo e farlo crescere.

Non lo colsi e non ti colsi.

Ma le mie radici le ho messe accanto a te, aspettandoti impaziente ad ogni primavera.

-Eugenio Curatola, Dodici righe  

 

PERCHÉ SI DICE ADDIO di Giulia Carcasi

 

Metodici comportamenti, strette di mano impersonali, sorrisi fugaci e poco luminosi, capelli sciolti e fare scostante.

Sempre lo stesso schema, sempre la stessa storia, finita troppo presto in realtà per essere definita tale.

Il primo sguardo, la conquista, l’abbandono.

Sono sempre stata così, non ho mai approfondito un legame, perché sapevo cosa il fondo comportasse e, non volendolo toccare, non mi sono mai immersa nelle sue acque profonde.

Ho nuotato in superficie in tutti i miei giorni, con lo stesso moto, lo stesso stile, senza mai provare a lasciarmi cogliere alla sprovvista.

Ero una macchina ben oliata e funzionante, il mio cuore non ha mai avuto bisogno di pezzi di ricambio.

Ero, perché poi, in un qualche modo, sei arrivato tu, e la meccanica del mio essere ha iniziato ad incepparsi.

Prima di te nemmeno sapevo che volesse dire avere il batticuore.

L’istante in cui mi sono accorta della tachicardia strana che implicava il vederti mi sono sentita confusa, quasi potessi essermi ammalata di un morbo incurabile – e, in effetti, avevo ragione.

Mi hai sorriso e mi sono addentrata fra i dettagli di perla bianca dei tuoi denti, fra le pieghe gentili del tuo viso, fra le fossette in cui forse nascondevi la tua magia.

Il nostro primo incontro mi ha gettata nel limbo che esiste fra quello che più ardentemente desideri e quello che più ti fa paura, rendendomi conto solo dopo quanto in realtà le due cose coincidano.

Da quel giorno i miei ingranaggi, i miei schemi, le mie abitudini di sfacelo, si sono tramutati in qualcosa di mai provato prima, e quel che pensavo fosse un meccanismo perfetto ha iniziato a cedere, a sciogliersi come cera fra le tue mani calde, a rimpicciolirsi, come me, ed i pensieri più folli hanno cominciato a sconvolgermi.

Avevo il desiderio di tenerti la mano, di stringere le tue spalle forti e di celare contro il tuo petto il mio viso, all’altezza del cuore, perché solo tu potessi vedermi, solo tu potessi ricordarmi.

Pensavo di avercela fatta per davvero, a lasciarmi plasmare da altre mani, a soppesare le parole con cura per non ferirti, a renderti partecipe di tutto; tutto, tranne delle sofferenze, perché no, non avrei mai voluto spegnere quel bagliore che mi aveva illuminata.

Alle volte, però, la vita non ci sta a vederci felici, fa ripartire i meccanismi che si pensavano sopiti proprio nel momento in cui ci si credeva guariti dalle proprie paure e svela al mondo quel che in realtà siamo, anime che senza i propri timori non sanno sopravvivere.

Dicono che si comprenda il valore delle cose solo quando le si perde.

Allora come fanno a farsi trovare da noi?

Come facciamo ad essere attratti da qualcosa a cui non teniamo veramente?

Io credo che invece il valore delle cose si comprenda fin da subito, ma che poi lo si lasci lì, a soffocare fra le parole dei primi incontri, dei sorrisi ancora freschi, a naufragare fra i pianti dell’abitudine e che venga dimenticato fra la polvere di quel che ci sta stretto o che ormai sembra fare troppo male per essere guardato.

Ma quando si rompe un legame, quando si rompe lo specchio che rifletteva i nostri sorrisi vergini, quei bei momenti tornano a illuminarsi, tornano in tutta la loro potenza, arrivano la nostalgia ed i rimpianti con il loro pesante carico che va a posarsi su tutto quello che rimane in gola e non riusciamo a spiegare.

Da quando ti ho lasciato sono tornata alle solite abitudini, a scostare le mani, a far perdere gli altri, invece che perdermi io, perché il fondo, nonostante mi fossi ripromessa di non toccarlo mai, l’ho abitato, l’ho vissuto, ne ho fatto una casa per due e l’ho poi dovuta abbattere.

Sono tornata a nuotare in superficie, anche se a volte immergo la testa per ritrovare i tuoi occhi nel blu in cui ti ho incatenato, per vedere se tu riesci a liberarti dalle catene di parole infami che ti ho detto, quando ho inventato mille tuoi difetti per impormi di lasciarti andare.

Mi sono inferta ferite multiple, risalendo dagli abissi del nostro mare condiviso, ma mentre nuotavo lontano da te ti ho gridato di non guardarmi sanguinare, di chiudere gli occhi, perché non perdessi la tua luce.

Tu, nel tuo amore, hai ubbidito, hai chiuso le palpebre.

Io, nel mio amore, ho fallito, mi sono allontanata dall’unico splendore che mi potesse abbracciare.

 

©D. – 10.10.17
di Diletta Ziveri

 

photo: Ketty D’Amico

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Creato su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: