Le chimere di Orba – terza parte

Il brigantino si arrestò innanzi ad una selva di autentiche chimere vegetali.

L’intrico incarnava il folle incubo di un botanico oppiomane, la bizzarra creatura di un dottor Frankenstein dal pollice verde armato di pinzette e talee.

Il mostro verde scrutava il veliero guardingo ed io ricambiavo lo sguardo con altrettanta circospezione.

Nelle svariate forme più o meno contorte assunte dai singolari cormi, in seguito ad una lunga e minuziosa ispezione, riuscii finalmente ad individuare uno stretto passaggio che si addentrava nelle viscere della foresta.

A definire i confini del sentiero, come colonne a sostegno delle navata di una cattedrale, vi erano salici piangenti fusi a candidi tronchi di betulla, ciliegi gonfi di drupe vermiglie sormontati da rami di rovere straripanti ghiande.

I fusti erano possenti , le fronde di trama così fine da non permettere il transito al più etereo spiraglio di luce lunare.

Una foresta di tale ferocia e selvaggio portamento mai era sorta prima di allora sulle antiche spoglie di Orba. Dell’antica distesa di latifoglie, tale intrico era certamente il legittimo erede.

 

  • Nella vasta selva che un tempo rivestiva i colli e la pianura, mandrie di cinghiali, tassi e lepri grosse quanto cani da tana popolavano il sottobosco.

 

Si cacciava con l’arco, basandosi sull’olfatto e l’udito. Ma questo certo non valeva per il cervo, quella bestia era tutt’altro affare…

Così terminava il racconto del nonno su Orba ogniqualvolta l’argomento veniva sfiorato.

Una troncatura amara, che gli lasciava sul volto una smorfia di perenne insoddisfazione; la medesima che macchia i volti di coloro che cercano per tutta la vita qualcosa che non può più essere scovato.

Cacciatori di ufo, pescatori di spettri, palombari in banchi di nebbie evanescenti.

Ben presto mi accorsi di possedere anch’io quella piega, un solco antipatico che si proponeva ad ogni fugace sbirciata al mio riflesso.

Mio nonno, con il tempo, ci aveva fatto il callo; io d’altro canto era fermamente convinta che un giorno quella semplice increspatura mi avrebbe resa folle.

Fu allora, nel vivo tumulto della paura che il ciondolo scintillò una seconda volta.

Il sentiero svanì, la notte si fece giorno e dalla bolla luminosa emerse un cervo dal manto di rame.

La bestia era maestosa, incoronata da due palchi foderati di candido velluto e gli occhi d’oro liquido.

Avanzò lentamente, calpestando con gli zoccoli le lance d’argento che lastricavano il sentiero.

Zoppicava leggermente per una ferita all’arto posteriore, uno squarcio ormai rimarginato di cui restava come unica traccia tangibile la pelle cicatrizzata priva di pelliccia.

La creatura si fece avanti scrollando energicamente il capo; i due robusti palchi si staccarono come foglie gialle in autunno, caddero sul tappeto di muschio che rivestiva il sottobosco.  

Le due escrescenze ossee giacevano a pochi centimetri di distanza; stavo per sfiorarne la candida superficie, quando d’un tratto, il sovrano di Orba tese le orecchie.

Un rumore di legno spezzato aveva profanato il sacro silenzio del bosco.

La bestia bramì sputando schiuma.

Le narici palpitavano e gli occhi aurei roteavano alla ricerca del suo mortale nemico: il cacciatore.

 

 

testo e illustrazione: Federica Consogno

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