I canti di Kolmanskop – parte seconda

Dopo diversi giorni di permanenza, è capitato che, un po’ inquieto, mi svegliassi in piena notte e pensassi, accompagnato da miliardi di lontanissime luci, a cosa ritrarre davvero. Avevo solo gli occhi dalla mia e con gli occhi si possono fare moltissime cose. Com’era possibile che non sapessi cosa guardare, come vedere? D’altronde non ero mica riuscito a vederli, i fantasmi, eppure li sentivo, non con le orecchie ma dentro le ossa e la carne, senza sapere come.

Per nulla contento di questa serie di dubbi insoddisfatti, mi ero alzato per sgranchirmi un po’ le gambe, decidendo di andare fino al mare ed assaporare la quiete salmastra e, preso da eccitamento improvviso, ho ringraziato il mio essere avventato.

Chi mai sarebbe riuscito a sentire quanto io sentivo rimanendo fermo, impresso su una sedia o un letto o a scrivere di sensazioni senza conoscerle davvero?

D’un tratto, delle luci avevano cominciato a bussare alla coda del mio occhio destro, proprio quello che avevo lasciato aperto per scattare una foto al sublime paesaggio notturno. Erano sprazzi improvvisi, indecisi, indefiniti: io andavo nel punto in cui nascevano e non trovavo che sabbia.

È molto strano, mi dicevo, e mentre mi giravo di qua e di là, un altro luccichìo aveva attratto il mio sguardo ed ero corso come un lampo, gettandomi poi a terra: ma ancora una volta non c’era niente. Così credevo, finché lo stesso non si era ripresentato in quello stesso punto ma non riuscendo a vedere ancora nulla, avevo pensato di non avere altra alternativa che quella di scostare gentilmente la sabbia nolente.

Mi chiedevo cosa proteggesse e, allora, la scostavo delicatamente come fosse oro, fino a trovare qualcosa di pesante, ingombrante ma che aveva l’aspetto di essere di valore. La Luna, che continuava a fare capolino tra le nuvole, mi aveva lasciato intravedere la natura di ciò che tenevo in mano: un diamante. Posandolo al suo posto, andavo così a cercare negli altri punti e ne trovavo degl’altri, tutti disposti a formare un sentiero, che, ormai esposti, toccati dai raggi lunari sembravano luminarie festive ma non erano altro che vaticìni di qualcosa che poteva essere tanto piacevole quanto spiacevole – ma anche questo non lo sapevo ancora.

Curioso per natura, mi ero subito avviato per quel sentiero: così per tutta la notte ho vagato e vagato, senza sapere dove ma probabilmente lontano dal mare e dal villaggio. Solo con la consapevolezza di ciò, avevo ormai capito di essermi perso.

È buio, la Luna si nasconde, e c’è freddo.

Sono solo.

Se ho paura? Da matti, ma di cosa non so di preciso.

Seguo ancora i diamanti, come inebetito, immerso in un’ipnosi incantata che mi spinge dove non so. Mi ritrovo, infine, sul bordo d’un capitombolo sul mare e m’appare incerta la sua accoglienza, ma non ne capisco il motivo.

Lotta la coscienza contro il potente inconscio ed io, prevenuto, mi metto le ali e volo giù, in picchiata, a pelo d’acqua e poi fracassato sulla dura superficie della spuma, risucchiato dalle interiora di sale… Ma poi mi sveglio di soprassalto, con la sensazione di cadere, e mi metto a sedere sulla sabbia che non è quella della mia casa e mi chiedo come io sia arrivato qui.

E i diamanti? Come un forsennato scavo e scavo, ma non trovo nulla.

Mi alzo e corro da una parte all’altra in cerca di tracce, ma non trovo che il silenzio.

Mi siedo e aspetto.

Mi sono perso un’altra volta.

 

 

di Lidia Allocca

 

photo dal web

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