La fonte di Rogoreto – quarta parte

 – Racconto a capitoli –

La fonte di Rogoreto

quarta parte

 

Uno sparo improvviso scosse il sottobosco, il cervo di rame fuggì ed io rimasi sola tra le silenziose chimere.

I palchi abbandonati  dalla splendida bestia giacevano a terra, candidi e inerti quanto rami d’avorio.

Ne afferrai uno, era cavo ed estremamente leggero; istintivamente lo portai alle labbra e vi soffia dentro.

Dai piccoli fori all’apice delle ramificazioni emerse un suono acuto che perdurò a lungo.

L’intonazione ricordava vagamente il fischiettare del nonno, lo faceva spesso durante le nostre passeggiate nei boschi.

  • Canta, se no il cacciatore ti scambia per la sua cena.

Mi metteva costantemente in guardia ad ogni giubba verde avvistata ed io, in tutta risposta , cantavo a squarciagola tutto ciò che mi passava per la mente.

Memore dell’avvertimento, cantai a lungo e a pieni polmoni.

Cantai della mia isola, dei levigati colli verdi, delle foreste che ne lambivano le propaggini.

Ad ogni maldestra strofa pronunciata le piante piegavano i propri rami creando un varco nel fitto intrico.

Avanzai nel tunnel vegetale seguendo la traccia luminosa emessa dal ciondolo, finché questa non mutò in un baleno accecante. Ciò avvenne al centro di una vasta spianata, in prossimità dei resti malconci di una sala da ballo all’aperto; non molto distante dalla struttura diroccata si ergeva una piccola fonte a foggia di pagoda.  

Seduto sulla sua base in pietra, un coniglio dal volto umano attendeva in silenzio.

Non appena notò la mia presenza si avvicinò deambulando maldestramente sulle zampe posteriori.

  • Per di qua, prego – disse indicandomi l’intermittente zampillo che fuoriusciva dal rubinetto.  

Mi invitò ad assaggiare l’acqua della sorgente , spiegandomi che consumandola avrei visto cose nascoste, ormai perdute.

  • Lo sai che sotto le colline dormono le fate? – mi confidò strizzando l’occhio in segno d’intesa.
  • O sono le colline ad essere fate addormentate, sinceramente non ricordo!

Si grattò la fitta peluria che gli ricopriva ormai l’intera fronte.

Mi fissava con grandi pupille dilatate e la sua bocca tradiva una smorfia beffarda, poiché aveva compreso l’incontenibile sete che provavo alla sola vista di quel liquido cristallino.

Attesi con impazienza il secondo invito prima di avventarmi sulla vasca satolla d’acqua.

Ingollai il fluido in generose sorsate senza concedermi il tempo di respirare; non appena staccai le labbra dal flebile getto, piombai nel più completo oblio.

Riaprii gli occhi al crocevia del pozzo, una volpe sosteneva il mio equilibrio reso incerto dall’intruglio.

Attese qualche minuto, giusto il tempo di accertarsi che fossi in grado di reggermi sulle gambe tremolanti, dopodiché si congedò nell’oscurità con un inchino.

Mi voltai più volte indietro, ma della fonte e dello strambo coniglio non vi era più traccia, solo colline che si alternavano in un perpetuo moto ondulato. Si dilatavano per poi rilassarsi, respiravano fievolmente, il loro fiato aveva l’aroma del grano appena falciato.

 

 

Testo e Illustrazione di Federica Consogno

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