QUEL POSTO SEGRETO TRA LE STELLE E LA TERRA

Una serranda alzata, una tenda spostata e il tuo viso riflesso nel vetro della finestra, in controluce, mentre fuori il giorno esplode di luce e vita. Gesti automatici che replichi ogni giorno.

Ogni tanto, però, capita che ti blocchi a fissare un punto oltre l’infinito ad ascoltare qualcosa che ti sale da dentro e ti assale – vigliacco – cogliendoti alla sprovvista: è il tuo cuore che accarezza la nostalgia per quelle persone che ti hanno lasciato per diventare “altro”.

La morte è un fatto naturale, è un qualcosa a cui tutti dobbiamo rispondere “Obbedisco”. Scientificamente fa parte del ciclo della vita, della natura, della fisica: nulla si crea o si distrugge, ma tutto si trasforma. Ed è esattamente questo che fanno gli affetti: si trasformano in aquiloni che, sospinti dal vento dei ricordi più belli, volano in alto nel cielo legati al nostro polso, mentre ci curiamo che non perdano mai quota.

Ci sono giorni in cui i ricordi si accalcano in modo incontrollato, come bimbi vocianti all’uscita di scuola, e tu ti lasci travolgere dal loro frastuono: un angolo della casa, una canzone, un profumo particolare che ti fa venire subito un sapore speciale in bocca. O soltanto un qualcosa che sappiamo non avremo mai la fortuna di avere e che ci fa struggere in silenzio di dolore.

Ricordo, per esempio, quando ero piccola e nel giorno dedicato ai morti, il 2 novembre, mi svegliavo e trovavo le scarpette piene di dolcetti. «Stanotte son venuti i Morti» mi diceva sorridente mia madre, «ti hanno lasciato un dono, un abbraccio e una preghiera»

Ricordo la mia bisnonna, con i capelli bianchi intrappolati stretti stretti da forcine di osso e gli occhiali spessi, che comprando le bibite gassate per lei non scordava mai di ordinare anche una bottiglia di chinotto per me, piccola golosa.

Ricordo mia nonna, della quale porto il nome ingombrante come la sua risata che echeggia ancora nelle mie orecchie, che strappava i fogli vecchi del calendario e me li consegnava insieme ad una penna e a un «Scrivimi una favola», pur sapendo che a quel tempo non avrei potuto produrre che semplici scarabocchi.

Ricordo la mia migliore amica, mia sorella di cuore, il mio pensiero più grande, che mi guardava sorridendo mentre, accarezzandomi piano, sussurrava «Amo i tuoi occhi di cerbiatto, perennemente lucidi». E sapevo che aveva capito cosa si nasconde dietro e cosa mi porto dentro.

È difficile accettare di non avere più accanto qualcuno che, andando via, ha lacerato la nostra anima a metà – e poi ancora a metà. Spesso pensiamo che il tempo possa lenire il dolore provato, e ci illudiamo anche che sia vero e che si possa realmente sopravvivere a tutto questo. Talvolta però basta un niente, per esempio un film in tv o una canzone alla radio, ed ecco che tutto il dolore torna a farci visita, si siede accanto a noi e, prendendoci per mano, lega al nostro polso l’aquilone sussurrandoci «Fallo volare. Ancora una volta.»

E tu lo fai senza battere ciglio.

I nostri defunti, i nostri cari, hanno abbandonato la loro dimensione terrena ma non ci hanno mai lasciato del tutto, si trovano appena al di là del diaframma sottile che separa “qui” da “”; sono diventati il nostro sorriso, il nostro modo di dire preferito, sono diventati il libro che leggiamo sempre prima di andare a dormire, il chinotto che beviamo quando ci sentiamo soli o anche solo la stella che guardiamo sempre prima di chiudere gli occhi. O, nel mio caso, il girasole che trovo lungo la mia strada prima di giungere in qualche stazione importante del viaggio che sto intraprendendo.

Ho imparato che non serve a nulla interrogare il cuore con mille domande e tempestare divinità lontane e sorde con le nostre chiacchiere e proteste. Non funziona così.

Bisogna imparare ad accogliere sempre le persone che entrano nella nostra vita perché, se lo fanno, è per lasciare in noi un’impronta, un marchio indelebile, anche quando pensiamo di no, anche quando esse sono state e rimangono un pensiero fugace, un piccolo puntino nell’universo, un insignificante concetto troppo grande da definire.

Loro permangono negli angoli recessi della memoria, ed è lì che dobbiamo far volare i nostri aquiloni, insieme alle farfalle che volteggiano intorno ai fiori che crescono nel prato della nostra vita. Sollevando il viso al cielo ci accorgeremo, così, che gli occhi di chi ci ha amato son lì, in alto, e si specchiano nei nostri.

Regalandoci quel conforto che non sempre la vita ci può dare.

 

Alla mia Lulù, che la vita mi ha strappato due volte.

Ti amo, anima mia.

 

 

testo e foto di Ketty D’Amico

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