POSSO ENTRARE – seconda parte

Un colpo secco allo stipite, fuori dalla porta: era il suo modo di bussare.

Il battente si aprì lentamente, cigolando, e nel vano vuoto apparve una figura affiancata da un animale.

Il lupo ringhiava con note basse, di gola.

Così entrò nella stanza; si collocò in un punto in cui poteva tenerlo d’occhio, e attese che chi lo accompagnava facesse il suo ingresso.

George sapeva cosa richiedeva il protocollo, ma la gola era arida, e non emise alcun suono.

La figura rise silenziosamente, e con voce suadente disse: “Ultimamente la mia gente ha scoperto che non ha più bisogno, di essere invitata ad entrare, lo sai George?”.

E così dicendo varcò la soglia.

George restò a bocca aperta, mentre un inquietudine atavica lo assaliva di contro.

Le implicazioni di quel cambiamento erano inimmaginabili.

Di fronte a sé stava un essere, uomo nell’aspetto, ma che di umano non aveva niente da diversi secoli. Portava un lungo soprabito, pantaloni dal taglio elegante, una camicia di seta, un panciotto riccamente decorato con fili d’oro. Il volto era di una bellezza sublime. I lunghi capelli corvini erano raccolti in un nastro di velluto carminio, e gli occhi erano oscuri come le tenebre, privi di sclera: c’era solo nero, in quelle orbite. Le labbra erano turgide e rosse come una rosa di maggio, dischiuse in un sorriso ironico su una chiostra di denti troppo bianchi, troppo evidenti. Troppo appuntiti.

“Sovrano,” – gracchiò George, nascondendo la sorpresa. Lanciò un ultimo sguardo venato di panico allo stipite di quella porta che, da quanto sapeva, aveva protetto tutti loro per secoli, e poi tornò a rivolgersi al suo interlocutore – “perché siete qui?”.

“La farò breve, George. Abbiamo tollerato la vostra presenza sulle nostre montagne per un motivo molto semplice: ci annoiavamo. Abbiamo accettato di convivere con voi, sancendo un patto di non aggressione, e consentendovi di esercitare su di noi il potere di decidere se farci entrare nelle vostre case oppure no, per permettervi di mettervi al sicuro. Sì, certo, non fare quella faccia scettica, so bene che noi operiamo anche con altri mezzucci, come la seduzione per esempio, per farvi dire quella frase. Ma questi sono dettagli, non trovi? Sì, io dico di sì.” – si interruppe, ridacchiando tra sé e sé come se avesse detto qualcosa di molto spassoso. “Tuttavia…” – riprese poco dopo con un tono più minaccioso – “…il vostro cambiamento nello stile di vita ci infastidisce. State sporcando la nostra aria, e il chiasso di chi arriva oltre città disturba il nostro sonno diurno. Sono qui per proporti qualcosa di molto semplice, che non ammette, ovviamente, repliche: manda via chi viene da fuori entro breve, o tutti quanti voi ve ne pentirete. I tempi sono cambiati anche per noi: evolviamo, ci adattiamo al tempo e ai costumi. Ora, la cortesia non è più un vincolo, come la religione ha perso gran parte della sua sacralità. Proprio come non ci fermano più ostie e crocifissi, così non ho più bisogno di venire invitato, per avvicinarmi a te.” – e lo fece, attraversando la stanza senza nemmeno toccare terra.

Il lupo si leccò il muso.

Il volto del vampiro si fermò a pochi millimetri dal suo, e George si perse nell’inchiostro delle sue orbite.

“Mandali via. O muori insieme a tutti loro.” – e in un sospiro svanì.

La porta era rimasta aperta, come a deriderlo, e il suo cuore batteva a stento. Lo sguardo gli cadde sui documenti che aveva davanti: richieste di ristrutturazione per le case del paese avanzate da chi voleva trasferirsi lì o farci una dimora per le vacanze. Le rifiutò tutte, apponendo un timbro rosso.

Il giorno dopo, sul giornale locale, il Sindaco fece pubblicare un emendamento: nessuno che non fosse nato e cresciuto lì poteva più sostare nel paese, ma solo transitare.

La notizia raccolse i toni indignati di tutti quelli “di fuori”, ma nessuno del paese si lamentò.

Avevano tutti capito cosa era accaduto.

 

di Cinzia Catena

 

photo: Dailha

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