L’ORA DI CENA

Con l’ombrello spalancato e il muso dritto verso casa, l’uomo si fermò un attimo a considerare le luci, la gente, i colori della sera: pioveva da ore, di quella pioggia nervosa e ostinata da indurti a pensare che non smetterà mai. Mancava poco alle venti: era il solito cadenzato momento della sera in cui tutte le persone escono dal lavoro trascinandosi appresso, più o meno consapevolmente, la zavorra dei frammenti insoluti di un ennesimo giorno vissuto. A pochi passi da lui, sotto al portone di un elegante palazzo d’epoca, sostava una giovane donna seduta per terra su una lurida coperta di lana intenta ad armeggiare con un piccolo fornello a gas, spandendo nell’aria l’odore di qualcosa di buono: a suo modo, sapeva di casa.

Il senso di fame attaccò l’uomo allo stomaco. Erano passate fin troppe ore dall’ultimo toast ingurgitato di fretta al solito bar che amava frequentare durante la breve pausa pranzo.

La donna, avvertendo il suo sguardo curioso, gli sorrise. Aveva occhi grandi e neri, allenati a guardare senza vedere. Sul viso, tutta l’aria di chi sa abitare la strada simulando il mestiere di un modesto tombino.

L’uomo, frugando nelle tasche del cappotto, recuperò una moneta da 50 centesimi: la prese e l’appoggio delicatamente su un piccolo piattino verde ai piedi della donna.

I due si guardarono, stavolta sorridendosi con gli occhi.

«Bona cena, belo siniore!» fece la donna in un illusorio italiano che veniva dal mare, ringraziandolo con un lieve cenno del capo.

L’uomo le accarezzò lievemente i capelli, le mani sgualcite, del padre che non gli era mai riuscito d’essere.

«L’ora di cena è terribile, cara mia.» le disse quasi sottovoce «Renderebbe mendicante chiunque, persino le persone sole.» Poi, puntato l’ombrello contro il cielo e il muso verso il niente, riprese il suo stanco cammino, sorpreso di come la carne callosa attorno alle sue labbra riuscisse ancora, sia pur raramente, a imitare le forme perfette di un sorriso sincero.

 

di Andrea Lerario

IL CONTE NUDO

 

 

 

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