Ti (in)canto

Marzo aveva fiati di giallo, respiri in fioritura a tremare il suo incanto.

Le tue mani a cercare tempesta mi accarezzavano piano, ché traboccavi dolcezza dagli occhi a sfamare il mio sguardo.

Profumavi di buono, e i miei capelli fluivano impetuosi come la voglia che avevo di stringerti.

Accadde così, come le cose che devono accadere: incatenano destini nel trovarsi sulla stessa retta per riparare le attese.

Ci incontrammo, era stabilito.

Era l’ora di pranzo.

Mangiamo insieme? – mi hai detto.

Avevo indossato il mio abito a fiori, sotto alle mie parigine che da sempre odio nella costrizione delle gambe.

Un tocco di lavanda, come balsamo sui seni; il mio cappello un po’ demodè dall’aria francese.

La follia sudava il tuo nome lungo tutto il viaggio prima di arrivare fino a te, ed in macchina i pensieri si rincorrevano in congiunzioni di divieti.

Niente mi era chiaro, ma il mio piede premeva sul pedale in accelerazione con i battiti del cuore: strane percezioni che tentavo invano di razionalizzare.

Così tracannavo sensazioni in volo, riportandole giù dalle nuvole, che folle.

È folle, – dicevo – non è da me.

Eppure qualcosa era scritto accadesse: io andavo incontro a ciò che era segnato.

Mi avevi accarezzato il viso, e i tuoi baci facevano un frullo di ali nella testa: tutto fu chiaro in un momento.

Potranno mai le mie parole raccontare l’amore?

Che parola grande, l’amore, eppure era quello che sentivo.

Quanto tempo deve passare perché possa chiamarsi così?

Forse spaventa più del pulsare della mente?

E fu un avviso di vertigine il tuo sguardo, fu conoscerti da sempre. Quel legame naturale che incatena, me lo avevano a volte raccontato. Senza meccanismi strani, il mio ed il tuo sentire, ci siamo scambiati l’anima e la pelle.

Mangiano anche tagliatelle di spirito… – ridemmo, mentre si faceva già sera, in quell’imbarazzo dolce, la tua presenza lieve.

Così è stato e sul viale lungo la stradina del ritorno, quando ormai già mi riaccompagnavi, mi sentivo appesa come una poesia. Incrociavo l’indice ed il medio delle dita in un gesto infantile scaramantico, come quando da bambina proteggevo qualcosa.

Come un incanto

Chissà com’è che avvengono le cose?

Mi viene da pensare sempre al destino.

Ancora adesso stringo gli occhi e mi avvicino per darti un bacio. Non pretendo molto: un passo, solo un passo alla volta mentre ci restiamo a guardare.

Ciao, buon viaggio. A domani.

Sì, a domani.

 

 

di Annamaria Scopa

 

photo: Maria Geraldes

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