Lasciar-sì

Quanta acqua c’è nel verbo lasciare.

Lasciare fa la scia lunga di spuma. Lasciare ha strascichi di pioggia, ricordi umidi ancora appiccicati a quell’addosso da mettere ad asciugare. Lasciare è verbo d’apertura: permette, fa sì, acconsente.

Non ho mai abitato un luogo. Ho vissuto insieme a lui con quella simbiosi di stati d’animo e mattoni, d’arredamenti, di vestizioni e di crepe, intonaci che cadono e consumano quel tempo addosso. Abitare è stare dentro, trovare rifugio, far entrare il sole, cambiare l’aria che si è consumata e spolverare la vita sbriciolata, sfarinata.

La casa è il mio vestito della festa, sempre intonato con la voglia di star bene.

L’Atelier della Luce tanto tempo fa non c’era: era una stanza vagabonda in altre stanze della casa, i quadri alle pareti, sotto il letto, dentro al frigo, la scatola dei colori sotto al cuscino per propiziarsi di sogni.

Ma l’Atelier della Luce già c’era, covava.

S’è schiuso un giorno – appena sotto casa – in un interno cortile silenzioso e un po’ incantato.

La furia di avere un luogo mio valeva la pigione, e tutti i come farò appesi al cielo. Timidamente mi esponevo un po’ di più a me stessa, e le difficoltà parevano molle per far saltare i sogni in cielo, sempre un poco di più.

Record mondiale, salto in alto: l’asticella trema e non cade, diventa gioia.

Gli ostacoli ci vengono dati per farci essere più veri?

Dipende forse dall’allenamento, dal vento, da quella predestinazione vinta, vinta ogni giorno.

Magazzino lo chiamava il proprietario, per dargli una collocazione catastale un po’ svilente che sottovalutava le potenzialità a venire, ad incontrare.

Atelier della Luce lo ribattezzavo, un po’ altisonante per definire con tenacia quello spazio rifrangente, e riempiendolo lo scaldavo badando alle maiuscole del nome, che non s’imminuscolissero mai neppure per svista.

Sette anni.

Ora che son passati, parrebbe giusto scrivere tutti i nomi di chi c’è stato, di chi si è seduto, di chi ha preso un pennello dicendo – non sono capace – e anche di chi non è più tornato, perché non ha potuto o perché si è distratto, ma anche quello ci ha fortificato.

La mia scala di Luce è fatta di nomi, di volti, sorrisi e lacrime, e tante storie per salire. La musica c’è sempre stata, dipingere è un po’ suonare e viceversa: fisarmoniche, violoncelli, tamburi, chitarre e canti. La musica c’è ancora, e suona così forte che spesso mi tocca ballarla.

In quello spazio ho danzato e fatto l’amore come andava fatto, a tentativi.

Così ora lo lascio e faccio fatica, cambio mille volte idea e poi sorrido. Ancora non l’ho fatto ma pure l’ho già fatto.

Tergiversare è fare come fa il tergicristallo, avanti e indietro, l’indecisione che un po’ libera e altrettanto indugia: non si può fermare.

Così lui già lo sa, gli ho parlato. Come reazione si è fatto ancora più bello, non posso entrare senza sussultare, ma non mi vuol sedurre, solo salutare. Mi ha anche detto che verrà con me ovunque andrò. Lo spirito dell’Atelier è spiritoso.

Così, ancora una volta, gli canto la sua canzone, quella che l’ha descritto tante volte e così bene, ultima volta e prima, come il cerchio della vita.

Questo è un luogo piccino che nasconde spazi ampi e liberi, senza alcuna fissità.

Questo luogo è un’isola che galleggia quieta su di un mare d’acqua dolce e pesca con Amore tra umane verità.

Questo è luogo è un tempo che s’interrompe e aspetta nella luce chiunque arriverà.

Questo è un luogo semplice che lievita fragrante e si distribuisce in piena comunione, senza alcuna equità.

Questo è un luogo forte di pietre, foglie e acqua che scioglie, danza e edifica con parzialità.

Questo è un luogo per creare con energie di Luce che come lampi giocano con quello che già è.

Questo è un luogo di piacere dove si aprono le porte, si spolverano i cuori, si pettinano i sogni che come una preghiera ci parlano di noi.

 

Scopri di più sull’Atelier della Luce e su Nadia Sponzilli.
testo e immagine Nadia Sponzilli

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