SONO VENUTA A PARIGI PER DIMENTICARTI di Maria Luisa Spaziani

rubrica (D.)’ispirazione

Ispirarsi per ispirare: quando le storie altrui ci spingono a scrivere e a scriverci.

“Ogni colore si espande e si adagia
negli altri colori
Per essere più solo se lo guardi”
Tappeto – G. Ungaretti

SONO VENUTA A PARIGI PER DIMENTICARTI

di
Maria Luisa Spaziani

“Sono venuta a Parigi per dimenticarti
ma tu ostinato me ne intridi ogni spazio.
sei la chimera orrida delle gronde di Notre-Dame,
Sei l’angelo che invincibile sorride.
Veniamo a patti (il contadino e il diavolo):
lasciami il giorno per guardare, leggere,
sprecare il tempo, divertirmi, escluderti.
Notti e sogni, d’accordo, sono tuoi”.
Mi sono abbandonata, fra quelle tue braccia forti e al contempo lievi
sulla mia pelle fragile.
Ti ho conosciuto; e invece di chiudere gli occhi, di renderli fessure
per andare avanti e non cadere nelle trappole che solo l’amore sa
tendere, li ho spalancati, e ho fatto un salto nel buio, perché in
fondo al tunnel ho visto te.

Parevi così luminoso, sotto le luci serali dei lampioni, la pioggia ti
rendeva l’unica entità stabile; intorno le case sfocavano, mentre tu
rimanevi.
Hai incastrato le tue dita alle mie, per salvarmi dall’inciampo di quel
marciapiede, ma me ne hai teso uno maggiore ed io non ho potuto
far altro che lasciarmi imprigionare.
Le tue mani hanno iniziato a far da soffitto alle mie vene, coperte
per i sogni che sovraffollavano il sangue, che rendevano meno
cattivi gli incubi notturni.
Ho amato la cadenza delle tue parole quasi strascicate e la tua
andatura al contrario, sicura, come se tu riuscissi solo a far andare
avanti il corpo, mentre le frasi ti rimanevano in gola.
Mi dicevo che fosse il tuo modo d’essere: parlare poco, guardare
molto. Le solite cose che ci si dice per non guardare in faccia la
realtà, per non dar voce a quel fantasma interno che ci dice di
scappare.
I miei tocchi incerti hanno iniziato a segnare il ritmo sulle tue ossa
storte, il fiato m’è divenuto corto, si è incastrato in gola insieme alle
tue parole, e in quel mutismo di sguardi ho pensato di aver trovato
per una volta la mia dimensione, la mia casa.
La pazienza della mia pelle pura ha iniziato a vacillare; cercavo
pretesti pur di sfiorarti, pur di sentirti reale, fra le incertezze del
grigio che mi avevano sempre accompagnata.
Ho abbassato ogni scudo difensivo, la lente d’ingrandimento
sempre fissa sui miei difetti pian piano l’ho riposta in un cassetto da
non riaprire.
Mi sono ritrovata nuda, spogliata d’ogni identità, bisognosa solo del
contatto col tuo odore.
Hai chiesto spazio e te ne ho lasciato, sei tornato e ti ho lasciato
possedere i miei elementi più nascosti, mi hai plasmata a tuo
piacimento e mi hai restituito pezzi di me così rimodellati da non
riconoscermi.
Le tue carezze hanno iniziato a divenire forzature, a far cedere le
mie giunture che pensavo ben salde.
Mi hai vestita di una pelle nuova, come serpente mi sono accorta di
avere squame lucenti, hai smesso la mia pelle candida e mi sono
ritrovata scura, persa nel buio, con solo il tuo sorriso ingannevole di
madreperla come guida.

Lo specchio mi ha tradita e ha smesso di rimandarmi l’immagine di
me che ricordavo.
I tuoi lineamenti a calcare il mio profilo, le mie ossa perfette
divenute storte, negli stessi punti in cui erano storte le tue.
Sono divenuta l’alter ego dell’amore che pensavo di vivere e che
invece mi ha fatta morire.
Un giorno sono fuggita, e per un attimo ho pensato di potermi
ritrovare, senza il bianco quasi irreale dei tuoi denti ad accogliermi,
lupo pronto a sbranare l’agnello sacrificale.
Tu eri lì, sempre in fondo allo stesso tunnel, a guardarmi di sbieco,
quasi la mia fosse solo una marachella di bambina da riportare a
casa.
I miei contorni hanno iniziato a svanire, sono divenuti impalpabili,
vuoti, mi sono trasformata nell’automa che hai sempre voluto
creare, fin dall’inizio, e che io ho pensato di voler distruggere.
Ho preso il primo treno, un giorno di pioggia, e ho notato che le
case non sfocavano più, mentre sfocavi tu sulla banchina, la bocca
atteggiata in un urlo di rabbia, in parole grevi, le uniche che sapevi
pronunciare.
Ho scorso la pelle con le dita, le squame hanno iniziato a
scomparire, le mie ossa a tornare ritte, i miei occhi a brillare.
Mi sono riappropriata di me, ho percepito nuovamente il mio
profumo, così diverso se scisso dal tuo; mi è rimasto fuori, mi ha
pervasa dentro.
L’odore intenso della libertà.

 

 

di Diletta Ziveri

 

photo: Dahila

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