Quelle dita tra i capelli

 

Una sera come tante, troppe altre.

Il solito gruppo di amici che si ritrova; si raccontano storie, si beve, si mangiano schifezze. Eppure lo scorcio di quel locale è un ricordo a colori vividi nella mia mente: una diapositiva ad alta risoluzione nella quale solo i bordi sfocano leggermente nel tempo, accentuando l’immagine inquadrata di quel gesto che ho avuto la fortuna di poter rivedere altre volte, ma che mi ha stregato per sempre a partire proprio da quell’anonima sera.

Mi siedo e consulto una lista di bevande e di cocktail conoscendo già la mia scelta, ma mi immergo lo stesso nella lettura e, ogni volta, sono alla ricerca di un nome o di una descrizione che possa attirare la mia attenzione cosicché, magari, solo per una sera, io possa cambiare ordinazione. Perciò, distratto dalla lettura, non mi accorgo che intanto sono arrivati tutti e che hanno preso posto al tavolo; abbasso il menù che odora ancora di plasticaccia, mi guardo intorno e saluto sommariamente.

La sedia in legno, ridipinta più volte ormai, di fronte al mio posto si muove leggermente sollevata dallo schenale da una mano femminile delicata, molto ben curata, con sottili dita affusolate e unghie naturali timidamente lucide.

Quella sera, lei indossava una camicetta bianca con solo il primo bottone aperto. Era un Maggio particolarmente caldo e si poteva già uscire la sera senza giacca. Ricordo che indossava una collana con un ciondolo circolare di un bellissimo verde smeraldo dagli inserti argentati, e una coppia di orecchini ad anello di grande diametro molto fini che si intravedevano appena litigare con i suoi capelli.

Quei capelli…

Lunghi fili sottilissimi e morbidi che le arrivavano poco sotto alle spalle; le incorniciavano alla perfezione i lineamenti dolci del viso.

Aveva occhi sereni, vispi, gioviali, con un leggerissimo trucco che richiamava il colore delle iridi. Mi guardavano e, non potendo reggere tanta bellezza, mi concentrai sulle sue labbra e mi accorsi che stavamo già parlando.

“Cosa prendi?”

“Il solito, tu?”

Lei chiude il menù e lo appoggia sul piccolo tavolino in legno scuro che ci separa.

“Stasera voglio stare leggera, prendo una media chiara.”

Solleva la mano sinistra per portarla, aperta, davanti alla fronte. Poi appoggia delicatamente il pollice ed il mignolo sulle tempie, scivolando verso l’alto per sollevare tutti i ciuffi di capelli che si erano spostati in avanti, poco prima, quando si era seduta. A questo punto ha alzato leggermente anche il gomito per far scorrere la mano fin sulla parte superiore della testa completando il percorso; arrivate in alto, le dita si sono chiuse per raccogliere meglio i capelli, agevolate da una minuta rotazione della testa verso destra.

In quel momento, una pausa: una frazione di secondo nella quale la sua mano si ferma, torna indietro forse di un centimetro, mentre raccoglie del tutto la sua chioma e mi permette così di ammirare il suo viso per intero. Il collo lungo era interrotto solo dagli orecchini a cerchio che riflettevano la luce delle lampade; la pelle vellutata delle sue guance scende morbida fin sotto al mento, creando una curva sinuosa nella penombra del locale.

Arrivai di nuovo alle sue labbra, i cui lati si sollevarono in un sorriso.

“Tutto bene?”

“Sì, ho solo bisogno del mio drink…”

Una volta lasciati andare quei capelli, mi investì un profumo talmente dolce da far impallidire i più bei fiori mai esistiti.

Così capii che, quella sera, un solo drink non mi sarebbe bastato.

 

 

di Cristian Crucino

 

foto di Rita Bernardi

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