Le fate di terra

Racconto a capitoli

 

Le fate di terra

quinta parte

 

La luna era enorme, circolare e ben fissata alla volta. Ancora troppo alta e ben lungi dal tramontare quando mi ritrovai al crocevia.

Quel ciarlatano di un coniglio umanoide mi aveva rifilato una bella fregatura.

Il suo intruglio dalle mirabili proprietà non aveva sortito altro effetto all’infuori del provocarmi un mal di testa coi fiocchi.

Come se non bastasse i placidi suoni della campagna erano stati improvvisamente soverchiati da un rombo penetrante e fastidioso. Più provavo a tapparmi le orecchie, più il rumore si acuiva, come se provenisse direttamente dai recessi delle mie budella.  

Ad un certo punto dovetti accasciarmi al suolo, poiché il frastuono era tale da far vibrare il terreno sotto ai miei piedi. La scossa durò alcuni secondi, dopodiché il terreno parve sprofondare in una piccola conca.

Mi ritrovai ad urlare a squarciagola, mentre la crosta terrestre si divertiva a farmi ruzzolare come un sasso.

La terra respirava.

Non appena questa certezza si fissò nella mente, riuscii a scorgere nelle levigate linee del colle una figura femminile.  Le due cime incarnavano le spalle e fianchi di una donna rannicchiata su se stessa.

Nel ventre recava un intrico di rovi carichi di more ancora vermiglie, mentre sul dolce avvallamento dei fianchi i resti di un vecchio capanno.

La fata di terra dormiva, proprio come il coniglio dal volto umano aveva detto.

Ora che l’occhio aveva riconosciuto la sua sagoma nella tenebra notturna, il ciondolo si illuminava ad intermittenza come un neon guasto.

Seguii la traccia di luce sino in cima all’altura, da qui la vista era tale da smorzare il fiato.

Il paesaggio appariva disseminato da una distesa di figure femminile addormentate; inspiravano ed espiravano sommessamente, dando l’impressione che il suolo fosse agitato come acqua in preda ad una tempesta.

  • Così hai scoperto la natura delle colline… – borbottò una grossa pietra alle mie spalle.
  • Io c’ero quand’è successo – proseguì – facevo da fermaporta all’ingresso della sala grande del vassallo di queste terre, ho sentito tutto, lo giuro sui quarzi della mia scorza!

Conficcai le pupille dilatate sulla pietra parlante.

Per quanto mi sforzassi, non riuscivo più a fingere un’espressione stupita dal momento che questi prodigiosi interventi cominciavano ad essere più naturali e frequenti di un sorso d’acqua fresca.

Dunque, mi sedetti a terra, o meglio sul fianco della fata in piena fase REM. I palmi a coppa sul mento e la schiena rilassata, in fervente attesa che la saggia pietra cominciasse a narrare.

 

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testo e illustrazioni di Federica Consogno

 

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