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La bontà

La bontà

Un belato. L’uomo volse lo sguardo intorno a sé nella luce scarsa del crepuscolo e vide un biancore. Si chinò e prese l’agnellino tra le braccia. Quello gli si poggiò sul petto, tremante per il freddo e totalmente fiducioso. L’uomo ne percepì la morbidezza e il calore: sorridendo tra sé, pensò che almeno quella notte, e forse il giorno dopo, lui e la sua numerosa famiglia avrebbero mangiato.

Nel tornare alla sua povera casa, l’uomo pensava a quella fortuna, giunta proprio mentre si recava alla chiesa del paese, dove sperava nella carità dei fedeli. Era la vigilia di Natale e lui poteva offrire ai suoi figli solo qualche tozzo di pane. Ma adesso quell’animale, stranamente dimenticato dal pastore o perso nell’oscurità, sarebbe stato il loro nutrimento.

Era un uomo ancora giovane, lavorava a giornata nei campi come bracciante, ma la carestia prolungata e la sterilità della terra lo avevano costretto ad adoperarsi in tanti modi per mantenere i sei figli. Il settimo arrotondava il ventre della moglie. Pensò a lei: il corpo segnato dalle gravidanze, ma il viso ancora fresco e un sorriso da bambina che, a guardarlo, lui ancora si emozionava.

Purtroppo, la povertà crescente in paese gli aveva tolto anche quei lavori in cui si adoperava. Da qualche tempo, ormai, era costretto a chiedere l’elemosina.

Nell’entrare in casa, si vide addosso gli sguardi stupiti della moglie e dei figli: i due più grandi  riuscirono ad accarezzare l’agnellino, gli altri si attaccarono alle gambe del padre, nel tentativo di raggiungere l’animale. Lui si avviò al bugigattolo che fungeva da latrina. Nascostamente prese dalla cucina un coltellaccio e chiese in un sussurro alla moglie di distrarre i bambini. Non voleva che si accorgessero di quello strazio imminente.

Entrò nel bugigattolo, accese una candela, accostò la porta sconnessa e posò l’animale per terra.

Si inginocchiò accanto a lui e con una mano gli sollevò la testa: nell’altra strinse forte il coltello.

Ma, alla luce della candela, gli occhi dell’agnello brillarono di una tale fiducia disarmata, di una innocenza così piena, che lui rimase sconcertato. Approfittando della sua esitazione, intanto, l’animale gli leccò rapidamente le dita. A quel punto, lui capì che non ce l’avrebbe fatta. Posò il coltello e, proprio allora, gli parve di sentire una voce che lo rassicurava. Quell’atto di bontà gli sarebbe stato reso.  

Riaprì la porta: l’agnello, libero dalla presa di lui, entrò trionfalmente in cucina, accolto dal tripudio dei piccoli che gli si affollarono intorno. Lo accarezzarono, lo strinsero, lo baciarono, gli misero un nastrino al collo. Era il loro dono di Natale. Un dono vivente.

L’uomo si preparò ad uscire di nuovo: la funzione stava per finire e lui sperava, ancor di più, nel buon cuore dei fedeli. Chiese ai figli maggiori di accompagnarlo. I due ragazzini indossarono le loro giacche, lise e leggere, e seguirono il padre.

Camminavano nell’oscurità, quando l’uomo urtò qualcosa con il piede. Si fermò, si chinò e con sua grande sorpresa, sollevò un sacchetto di stoffa: lo aprì e ne toccò stupito il contenuto. Molte monete tintinnarono, mosse dalla sue dita. Sbalordito, guardò con più attenzione e riconobbe, ricamato con fili dorati sulla stoffa, lo stemma del gentiluomo del villaggio.

Un breve conflitto gli agitò il cuore, ma era profondamente onesto, e si avviò al palazzotto del signore, non lontano da lì.

Il servitore non voleva farli entrare, ma quando seppe il motivo, condusse l’uomo e i suoi figli in un salone, scaldato da un ampio camino, e disse loro di attendere.

Poco dopo entrò il signore: un bell’uomo alto e composto, dignitoso ma non altero. Vedovo da molti anni e senza figli, non si era più sposato e trascorreva una vita solitaria, ma serena.

Si accostò all’uomo, che gli porse il sacchetto. Il gentiluomo capì quanto fosse costato quel gesto all’altro: lo conosceva per averlo visto in paese, sapeva della sua sorte e della sua famiglia e qualche volta gli aveva fatto l’elemosina.

Lo ringraziò per avergli restituito quei denari ed era giusto, gli disse, che ricevesse una ricompensa. Aprì il sacchetto e pose nelle mani gelide dell’uomo una quantità tale di monete che quello stupì.

Poi, davanti al suo imbarazzo, gli disse che ormai la carestia accennava a finire: quando i campi fossero imbionditi, l’avrebbe chiamato a lavorare per lui. L’uomo chinò il capo, sopraffatto dalla gratitudine. In quel momento ricordò la voce, sentita poco prima.

Ecco il premio promesso, mormorò tra sé. E rimase attonito.

Il signore, intanto, chiamò il servitore e gli fece preparare un involto con del cibo, perché quella famiglia potesse celebrare la festa.

Infine volle accompagnare lui stesso alla porta l’uomo e i suoi figli, mentre quelli si prodigavano in ringraziamenti.

Dopo che furono andati, il signore si accostò al caminetto e sedette: pensava all’onestà di quell’uomo, alla sua numerosa famiglia, alla propria tenerezza nel vedere i ragazzini infreddoliti. Pensava inoltre alle sue stesse azioni: il denaro giustamente donato, la sacralità del cibo offerto, e sentì crescere un calore potente, che non nasceva dal fuoco guizzante. Avvertiva una dolcezza antica, come non accadeva da tempo. E all’improvviso gli dilagò in  mente il ricordo degli affetti perduti, la tenerezza dei natali lontani, la nostalgia del passato. Nel suo sguardo, fisso sul fuoco, scintillò la magia struggente di quand’era ancora bambino.

 

Opera tutelata da Patamu.com con il n° 53239 del 22.12.2016

 

di Gloria Lai

 

photo: Andrea Stella

 

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