In missione – prima parte –

Mio marito si chiamava Santo Gervasi e faceva il militare.
Ci conoscevamo da picciridduzzi. Sua madre aveva la putìa dietro casa dei miei nonni. Quando andavo da loro, lui veniva sempre a cercarmi, così da giocare per strada a pallone. Nonna diceva che quelle cose non erano per femmine, che dovevo starmene con lei a fare quell’odioso uncinetto. Con noi giocavano anche Luigi e sua sorella Annalisa, i figli dell’avvocato Caprari.
L’avvocato Caprari era famoso nel paese, perché faceva di tutto per prendere a calci in culo la mafia. Però la gente che ne parlava male era maggiore di quella che gli voleva bene. Dicevano tante cose su di lui. Ad esempio che era il capo dei mafiosi, che era un falso, un violento ed un pedofilo. Ma Luigi e Annalisa sostenevano fossero tutte menzogne e, quando qualcuno non gli credeva, gli si gonfiavano i visi di rabbia e gli occhi di lacrime. Non saprei dire che fine abbiano fatto. Ricordo che un giorno il lattaio davanti casa parlando con mamma disse “La macchina del Caprari pigliò a fuoco stanotte. Ma di quello nessuna traccia, se n’è scappato. Chissà che combinò quel fituso” e lei, a sorpresa, gli diede ragione “Che Dio ci possa aiutare”.
Le giornate cominciavano e finivano allo stesso modo, tentando di fare del nulla il nostro tutto. Eravamo picciriddi: troppo piccoli per lavorare e troppo grandi per stare reclusi in casa.
Santo era il più ingenuo di tutti noi. Un giorno, mentre giocavamo, Annalisa urlò “MACCHINAAA!”, ma non feci in tempo a sentirla che avevo già calciato la palla. Quel pazzo, non curante, gli corse incontro per agguantarla. Fortunatamente la vecchia Punto riuscì ad inchiodare in tempo. Il guidatore strillava come un forsennato, ma lui si voltò verso di noi sorridendo ed esclamò “Per fortuna non è scoppiato!”. È sempre stato un bambinone, sbadato e curioso. Quando vi furono i reclutamenti per l’esercito non fece nulla per evitarli. Non dico spararsi in un piede, Gesù mio, ma conosco gente che s’imbottì di caffè per farsi venire la tachicardia. D’altronde a lui non è mai importato nulla della nazione, della guerra. Solo che quell’idea di andarsene dal paese e vedere cose nuove lo attraeva. Un gioco, una scommessa, una calamita per il suo corpo che, smunto e ossuto, pareva di ferro.
di Gabriele Tomasi

 

photo: Ketty D’Amico

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