INQUIETUDINE  DI MILLE FARFALLE NOTTURNE.

Racconto a capitoli

La luna dell’alba

INQUIETUDINE  DI MILLE FARFALLE NOTTURNE.

LUNEDÌ 11 LUGLIO 2016

 

Parte I: Luna nuova

 

Non so esattamente perché io mi trovassi in quel posto.                                                                  Mia madre era morta  lì da un’ora, in uno dei letti delle camere al primo piano, adibite ai malati in lunga degenza, a quelli che  non escono vivi; a quelli che già in quei corridoi si abituano al loro destino, leggendolo nei dolori dei compagni di stanza, nel passo strascicato degli infermieri che non hanno più fretta, nella debolezza di ogni giorno che finisce senza speranze. Non so perché io non me ne fossi ancora andato, perché rimanessi  a ciondolare invece che accompagnare la salma, invece che sentire  vicina almeno per un minuto quella madre distante e insofferente che mi aveva messo al mondo, che mi aveva gettato fuori e sempre respinto, perché  nato per sbaglio, figlio di un uomo inesistente, figlio di un minuto di troppo di una passione spentasi in fretta.                                                                                                       

Non volevo ricevere le condoglianze per un dolore che non provavo, non volevo sentirmi morto dentro quando invece mi trovavo solamente sollevato al pensiero di non passare più le mie domeniche pomeriggio di trentacinquenne in quel posto grigio.                                           

Forse un giorno me ne  sarei pentito, ma rimasi a girovagare in quel giardino di ciottoli e piante semi spoglie, in quella che non sembrava una primavera, ma una stagione a sé, in un luogo a parte che sapeva rendere solo tristi senza motivo.

– Credi che le persone abbiano qualcosa di buono da offrire?

Una voce gelida, ferma; un volto pallido, due occhi scuri e taglienti mi interrogarono, e quei capelli biondi che incorniciavano il volto che mi parlava mi sembrava già di averli sfiorati, e quel suono giovane di ragazza mi sembrava di averlo già udito, forse in un sogno, forse in un incubo.                                                                                                                                                    

– Credo che ci siano poche persone buone a questo mondo, si chiamano santi, in genere muoiono per ingiustizie e finiscono in Paradiso.                                                                               La ragazza sorrise.                                                                                                                                  

– Sei come tutti gli altri. Non ti ho chiesto se esistano persone buone, ma se le persone abbiano qualcosa di buono dentro, che si possa trovare scavando sotto pelle, che qualcuno con uno sguardo possa carpire e svelare, quasi fosse l’essenza dell’altro, quasi potesse dire di averlo compreso appieno, anche se dopo un solo minuto di conoscenza.                                           – Per poi innamorarsene?                                                                                                                                         – Per salvarlo dall’autodistruzione.

La sconosciuta indossava una camicia bianca da paziente dell’ospedale, aveva sbottonato la parte superiore, riuscivo ad intravedere un tatuaggio, una luna al suo primo quarto, all’altezza del cuore.                                                                                                                          – Perché? Ami la notte? – le chiesi beffardo, indicando con il mento quell’inchiostro sbiadito che le marchiava la pelle bianca. Sorrise come avrebbe fatto la Monna Lisa, come  una donna in procinto di crollare.

– È la Luna del giorno questa, è la Luna dell’alba.

Io non capii allora, e in parte non lo feci mai.                                                                                     

Si alzò, mi voltò le spalle, con un passo la raggiunsi e la trattenni.                                         

– Non andare, raccontami la tua storia. Perché sei qui?                                                               – Tua madre ti aspetta, l’ha sempre fatto, tu non hai mai voluto comprenderla.       

– Conoscevi mia madre?

– Il carro funebre ti attende.                                                                                                                 

Sparì senza dirmi chi fosse, senza darmi un indirizzo per capire i suoi sguardi.                      

Così conobbi Elena, così la persi prima di averla.

 

di Diletta ZIveri

 

photo: Dahila

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