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aspett(ativ)a

aspett(ativ)a

Scende come un fiotto, Anna, con i suoi tacchi argento da un’auto nera.

Lui non l’accompagna, resta al volante con le parole ancora in moto e i desideri che rinascono appena lei s’allontana.

Anna tiene con sé la serata, anche se ancora non ne ha capito l’origine. Le dinamiche la divertono da sempre e, a volte, riescono a farle sentire le altezze che non è mai riuscita a raggiungere.

Quando parla di aspettative le si illumina il viso, di una luce infantile e tenue che brilla solo perché l’esplosione rimane dietro l’angolo.

Se le si considerano, bisogna avere il coraggio di guidarle e di accettarle in senso contrario.

Le aspettative spaventano, dice.

Anna s’immedesima e, sebbene le riesca naturale, le fa sempre terrore perdere un po’ di se stessa per gli altri.

Non ha mai preso a piene mani le delusioni. Ha centellinato le incomprensioni e s’è fatta tanto grande, dentro, da conservare anche i vuoti che si sarebbero potuti riempire.

Bastava tenere i grammi del dolore su ogni polpastrello disponibile, dice.

Ci fosse stato tempo, meno scuse, un altro modo, una casa più piccola, più dolcezza.

Ci fosse stata la vita che non serviva, Anna non sarebbe stata dov’è ora.

Lui ancora le parla di viaggi mentre lei attraversa la strada.

Si volta.

L’aria tesa.

La luce è incisa tra l’addome e le natiche.

L’angolo in questione acutizza l’esplosione.

E dietro la sera, due bambini giocano a costruire castelli di sabbia con i resti della guerra.

Nessuno usa la continuità della vita per curarsi l’anima.

Ma qualcuno sì.

Una di questi è Anna.

 

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di Rossana Orsi

 

photo: Maria Geraldes

 

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