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In missione – seconda parte –

In missione – seconda parte –

Mio marito Santo partì con l’esercito quando ancora non era mio marito. Si trovava in qualche parte del Trentino. A quindici anni io andai a lavorare nella putìa di sua mamma. Non avevo un attimo di respiro, ma il lavoro mi piaceva. E poi il negozio era accogliente, i clienti simpatici. La paghetta la mettevo da parte, tranne che per le gomme con cui distruggevo i denti. Non pensavo ad altro che a svegliarmi presto e andare a lavoro, tornare per cena e addormentarmi. Santo era un nome che risuonava costantemente tra gli scaffali. Annalisa e Luigi una compagnia sempre più lontana.
Quando tornò, era più alto, più uomo, ed io m’ero fatta donna. Sua madre lo affiancò a me a lavoro. Fu un’impresa non farmi rimproverare per tutti i guai che combinava.
“T’hanno insegnato l’attenti, ma sei sempre un minchione”.
A diciotto anni ci sposammo, l’attività passò nelle nostre mani. Col primo anno di ricavato comprammo casa all’uscita del paese. Tutto il resto sarebbe andato ai nostri figli. Qualche anno prima correvo per strada, adesso ero pronta ad avere un figlio. E vi dirò di più, lo volevo. Lo desideravo. I piani erano chiari, al ritorno dal servizio, congedatosi, avremmo pensato soltanto a noi due.
Mio marito si chiamava Santo Gervasi e partì per l’ultima volta l’8 luglio 1950. Non ricordo neanche il nome del luogo, forse non me lo disse. Andai ad accoglierlo alla stazione, ma dal treno non scese nessuno. Dopo quattro anni tutti lo davano per morto, io mi sforzavo ancora di non piangerlo. Sua madre cascò malata. La putìa era l’unica occupazione che scandiva le giornate, ma i calendari caddero nell’ombra. Non pensai mai a farmi un’altra vita, per coerenza, per fedeltà.

La mia vita era quella lì, nonostante la disgrazia sempre più certa.
Ma questo è ciò che pensavo, una sola faccia d’una medaglia fatta di rame e di ruggine, tanto povera quanto provata dal tempo.
Mio marito tornò un giorno qualunque, oramai adulto e con fare da straniero, se non da sconosciuto. Ho ancora impressa la freddezza di ogni suo gesto. Portava in braccio una bambina e, prima di voltarmi per sempre le spalle, disse: “La mia vita è in missione”.

di Gabriele Tomasi

 

photo: Ketty D’Amico

 

 

 

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