INQUIETUDINE  DI MILLE FARFALLE NOTTURNE

Racconto a capitoli

La luna dell’alba

INQUIETUDINE  DI MILLE FARFALLE NOTTURNE.

 

LUNEDÌ 11 LUGLIO 2016

 

Parte II: Luna nuova

Tornai alla clinica il giorno dopo in preda all’ansia di rivederla, girai per  il giardino correndo come un pazzo, come uno di quei rapaci che hanno mancato una preda e la vogliono ritrovare a tutti i costi.                                                                                                                                                 Mi sedetti su una panchina rovinata, e prendendomi la testa fra le mani mi dissi di calmarmi, che era solo una ragazza, che il suo sguardo freddo e accusatore non poteva avermi fatto così male da non averci dormito la notte. Volevo trovarla per insultarla, per dirle che di me e mia madre non sapeva nulla, che quella donna era stata meschina  con il suo unico figlio in modi inimmaginabili ed io non potevo avere pietà verso una madre così. Dovevo trovare quella ragazza e sparare contro i suoi occhi, le sue labbra e il suo corpo tutto quello che mai avevo potuto sparare contro mia madre; dovevo farlo per salvarmi dall’ansia, da ciò che mi sentivo scoppiare dentro. Sentii un dolore acuto alla gamba e vidi il mio sangue bruno scorrere lento e macchiarmi i pantaloni del completo buono: un gatto randagio di quelli che abitavano il giardino mi aveva graffiato. D’istinto l’avevo rincorso fin dietro un capanno abbandonato in fondo al verde, dove avevo trovato lei, accovacciata su un gradino sbeccato ad accarezzare un gatto grigio. Appena mi vide  rise della mia faccia sudata e stralunata, del mio sangue nero sulla stoffa nuova, della mia smorfia di dolore, quasi avesse mandato apposta quell’animale a ferirmi, quasi godesse nel vedermi così. – Che cosa sai di me? Come ti permetti di giudicarmi, di ridermi in faccia, di difendere mia madre? Lasciami in pace!                                                                                                                        – Sei tu ad essere tornato, io non ti perseguito affatto. Tua madre era la migliore donna che io abbia mai conosciuto nei miei ventisette anni di vita. Dovresti davvero interrogarti, chiederti che cosa sai di lei, ti accorgeresti di non essere riuscito a scalfire la sua corazza, di non averla mai vista realmente per quella che era.                                                                                             Avrei voluto replicare, dirle che era una bugiarda, ma qualcosa nel suo sguardo parlando di mia madre si era spento, ed io volevo sapere perché quella luce che dal giorno precedente non mi aveva abbandonato si fosse all’improvviso trasformata in buio. Il gatto che mi aveva graffiato, quasi fosse stato liberato da un incantesimo, si avvicinò ai miei piedi e si strusciò contro le mie gambe. Lo presi in braccio e mi sedetti accanto alla ragazza.                                

– Mi chiamo Elena, Filippo – disse sorridendo.                                                                                      Nel rendermi conto che conosceva già il mio nome, mi sembrò che conoscesse anche i miei sogni più nascosti, pure quelli che nella mia mente stavano ancora nascendo, gli embrioni del mio essere. Passammo il pomeriggio in silenzio, a coccolare i gatti e a sfiorarci di sguardi le anime che non volevamo mostrarci a vicenda; almeno non ancora.

 

di Diletta Zivera

 

photo: Ketty D’Amico

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