Quelle dita tra i capelli – parte terza –

Caldo pomeriggio di primavera. Aprile, se non ricordo male.

Scivolavo sull’onda dei miei pensieri, trascinato malvolentieri da eventi di cui non mi importava poi molto.

Finché mentii. Forse non ce n’era nemmeno bisogno, o meglio necessità. Probabilmente era solo una mia esigenza e tale è rimasta. Certo, tutto sarebbe cambiato se fossimo stati in due a mentire, ma è un dubbio che mai riuscirò a togliermi.

Perciò, preso dalla mia vana follia, organizzo tutto, accetto compromessi e aggiungo altre menzogne. Per cosa? Un pomeriggio di fuga verso una futile e ridicola meta con il solo obiettivo di staccare la spina e passare un po’ di tempo con una persona ancora indecifrabile.

Dai ti do una mano io, così almeno ti uso come scusa per defilarmi presto da un pranzo noioso!

Va bene – sorrise – sembra anche divertente!

Così macinammo chilometri, nemmeno molti a dir la verità, ma tutto il sapore stava nel non darlo per scontato. Mescolando doveri e svago abbiamo riso, scherzato e parlato seriamente. Dovevano essere un paio d’ore, ma siamo arrivati fino al limite, finché la realtà non è tornata a farci visita, uniti e divisi in mezzo ad una folla fin troppo nota.

Eri in camera tua che ti cambiavi per la serata ed io, guardando la strada semi-deserta di quel pomeriggio attraverso la finestra della cucina, aspettavo e pensavo: volevo distogliere lo sguardo da quella casa che non mi appartenteva e intanto mi chiedevo perché mi desse così fastidio. Forse era chiaro, guardando quei muri colorati, che non facevi parte della mia vita come avrei voluto e, sentirmi estraneo lì dentro, mi portava ad una distanza troppo grande da colmare.

Finalmente pronta, esci per farti guardare e chiedere un mio parere.

Sei bellissima – pensai.

Ora andiamo –  fu quello che riuscii a dire.

Ma sapevo che qualcosa si stava muovendo anche in te, e fu la parte migliore di tutta la giornata.

Puntuali come non mai per la serata, ci concedemmo il tempo per il nostro piccolo rituale.

La festa era già iniziata a poche decine di metri dove ci trovavamo.

Ritardatario cronico come sono, nessuno capì che quella fu l’unica volta nella quale scelsi, consciamente, di arrivare in ritardo.

Nessuno, a parte me, avrebbe notato la differenza e la felicità di quella scelta.

 

di Cristian Crucinio

 

photo: Selma Neudert

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