Dandelion – il ragazzo e il cervo – sesta parte

Dandelion

– il ragazzo e il cervo –

sesta parte

 

La pietra si schiarì la gola di granito, dopodiché rievocò con voce roca:

Al tempo in cui le querce millenarie erano ancora acerbi embrioni negli ovari, si estendeva in questo luogo una piana levigata quanto marmo. Una valle esposta, preda prediletta di armate e briganti.

A nulla valsero i fossati e le cerchie di mura erette dal signore locale, tant’é che egli cadde presto nello sconforto, limitandosi a scrutare l’ignobile scempio dal bastione più impervio e riparato della sua torre fortezza.

Accadde un giorno che all’orecchio del potente giungessero le mirabili gesta di un giovane mago conosciuto con l’appellativo di Dandelion. Brusii e sussurri della servitù affibbiavano al girovago poteri incredibili che il feudatario decise di porre quanto prima al suo servizio.

Il giovane fu dunque convocato al crepuscolo, scortato da un plotone di soldati in lucide corazze argentate.

Dandelion percorse il salone con fare tronfio, ostentando uno sguardo fiero atto a celare l’evidente terrore che gli squassava le membra. Egli era del tutto consapevole che i sortilegi tanto declamati dal volgo erano in vero semplici trucchi di repertorio, atti a confondere le semplici menti di un umile borgo; del tutto inefficaci  contro le feroci scorribande dei briganti.

Conscio di ciò si guardò bene dal rivelare la verità al vassallo o peggio dal rifiutare l’impresa, era fin troppo nota a chiunque la sottile pazienza che accomuna le corti e chi le governa.

Il mago acconsentì, ma ad una condizione, il permesso di recarsi ad Orba per i preparativi del potente incanto.

Il feudatario sollevò la mano richiamando a sé un drappello di armigeri scelti: sia, partirete immediatamente – ordinò con tono imperioso prima di ritirarsi nei suoi appartamenti privati.

Il manipolò lasciò in gran fretta le scuderie alle porte della notte di novilunio.

Galopparono a lungo e senza sosta nella fredda oscurità attraversando campi e frutteti; giunsero in vista della foresta al principio di un’alba di sangue.  

I soldati arrestarono i loro palafreni alle prime falde della vegetazione e li assicurano con spesse corde ai tronchi.  

Dandelion fu lasciato libero di addentrarsi nella selva, nessuno si offrì di scortarlo poiché profonda era la superstizione e il timore alimentato dalle antiche leggende sulla foresta e la sua arcana fauna.

Il mago accettò di buon grado; tutto procedeva come pianificato, senza scorta poteva dileguarsi indisturbato sfruttando l’oscurità dell’intrico. Con tale proposito in mente, si fece largo nel sottobosco menando fendenti a felci ed arbusti con il suo pugnale.

Le decantate insidie di Orba erano certamente preferibili alla certezza di una picca.

Nel disperato tentativo di valicare un groviglio di rovi, il giovane sprofondò in una pozza di sangue fresco.

Il liquido ancora caldo scorreva in fini rigagnoli dalla sagoma prona di un possente cervo dal manto di rame. La bestia ansimava sputando nubi di gelida condensa.

Nello spasmo del dolore piantò le sue iridi d’oro fuso sulla figura esitante del giovane, esponendo il fianco trafitto da una lancia d’argento.  

 

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testo e illustrazione di Federica Consogno

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