Dalla Gran Madre a Piazza Castello (e ritorno)

Elegante Signora, seduta ai piedi delle montagne, rigogliosa di storie e di contraddizioni, regale ed operaia, fastosa e discreta, grigia ed allegra.

Da lontano la sua eco arriva debole. Non si ha coscienza delle sue bellezze fintanto che non ci si fa accogliere da lei.

Tra fiume e colline, sotto ai portici che conducono alle grandi e sontuose piazze, è questa la Torino che mi ha ammaliato.

Questa è la Torino che oggi sento un po’ mia.

Mi sono sentito a casa sotto alla Gran Madre, con il Monte dei Cappuccini alle spalle ed il ponte che mi divideva da Piazza Vittorio.

La solitudine invernale lungo i Murazzi permette una certa intimità con se stessi, con le papere e i gabbiani del Po che sono più costanti dei pochi studenti che ti chiedono un accendino o dei signori che portano a passeggio il cane.

Le pasticcerie secolari dentro a botteghe di legno ricordano la sovranità del luogo e deliziano con dolcezze di ogni tipo.

Ma Torino è andata avanti senza scordare se stessa, e gli universitari che mangiano un kebab lungo via Po portano storie da lontano, quelle che una volta erano degli operai immigrati.

L’architettura impazzita intorno alla Mole racconta quanto queste storie siano diverse e disomogenee tra loro.

I corsi e i viali danno un senso di ordine, senza per questo nascondere i vicoli e le mille possibilità di perdersi senza doversene preoccupare.

Gli scoiattoli del Valentino sono una compagnia inaspettata, tra gli alberi e i bambini impazziti di fronte a quella natura relegata tra il Borgo Medievale, il Palazzo Reale e la Fontana dei dodici mesi.

Tra Piazza San Carlo e Via Roma, alcuni sobri signori impazziscono in mezzo a storia, eleganti boutique e una protesta.

Torino è una sovrapposizione di dimensioni temporali.

Normale forse, nella città esoterica per eccellenza, dove dicono ci sia l’entrata (o l’uscita?) dell’Inferno.

Una volta devo trovarlo quel passaggio nella Fontana del Diavolo per vedere se è davvero così. Per ora mi sono fermato ad ammirarla, dopo aver attraversato tutta Via Garibaldi, distratto dalla focaccia e dalla farinata e da un buon bicchiere di vino rosso.

A volte ripenso a Piazza Castello, e da lì prendo un immaginario itinerario, partendo dal cuore di questa città che pompa sangue verso tutte le direzioni. Emblema della storia controversa, degli accavallamenti architettonici e sociali, di un posto che con cortesia sa accogliere e a volte nasconde le sue forme.

Come le montagne che regala come vista, solo nelle giornate di sole, o come premio a chi giunge al parco della Rimembranza.

Inusuale città, un po’ messa da parte.

L’ho trovata incredibilmente affascinante.

Ci siamo fatti una promessa, in silenzio, una sera.

Aspetto solo di tornarci, per poterla mantenere.   

 

 

 

testo e foto di Andrea Stella

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