La luna dell’alba

Racconto a capitoli

La luna dell’alba

Inquietudine di mille farfalle notturne.

 

LUNEDÌ 11 LUGLIO 2016

Parte III: Luna nuova

Elena si profilò come un sole abbagliante nel buio della mia vita, benché fosse la persona più sola di questo pianeta e non facesse nulla per nasconderlo.                                                   

Il mio cuore si era in un qualche modo collegato al suo, quasi sentisse di farne parte, quasi dovessi esserci io ad albergare sul suo petto al posto di quella Luna, per me ancora priva di significato. Elena era il sole; io per lei non so cosa fossi, non me lo disse mai.

Rimasi talmente accecato dalla sua bellezza da dimenticare quale fosse la mia. La nostra relazione iniziò burrascosa, come lo erano i nostri caratteri, come i miei miseri tentativi di avvicinamento. Elena non voleva che la toccassi, nemmeno che mi avvicinassi troppo. Permetteva solo al dottore che veniva ogni pomeriggio alle cinque a visitarla di sfiorarle la fronte, ed io ben presto iniziai ad invidiare quell’uomo: io, che non potevo toccare nemmeno con un dito la mia donna senza che si ritraesse, io, che nello sfiorarle la fronte avrei percepito i suoi veri incubi. Sapevo di non essere io il problema, sapevo che rifuggiva tutti, che aveva la sua infermiera personale, che dormiva sempre sola. Non sapevo però che cosa la tormentava, e più passavano i giorni, più iniziavo a soffrire insieme a lei, a studiare i suoi movimenti, ad osservare le sue braccia perennemente incrociate a mo’ di scudo, le sue gambe strette alle caviglie, le sue mani magre torturate dai suoi piccoli denti.

Un giorno le chiesi che cosa ci stessi a fare io accanto a lei, se davvero desiderasse la mia presenza al suo fianco; perché a me averla così non bastava più, avrei voluto stringerla fra le braccia e ascoltare i suoi respiri.Elena non mi parve mai così fragile come in quel momento.                                                         

 – Se vuoi andartene, vai. Io non ti trattengo, io non trattengo nessuno, devo solo trattenere me stessa, a piccoli e lenti respiri, piccoli e lenti respiri… Uno due tre respira… Uno due tre…          

Le prese un attacco di panico, arrivò l’infermiera con il sacchetto di carta, la porto in camera e non me la fece più vedere sino a sera, quando Elena  mi mandò a chiamare.

– Io non ti trattengo, ma tu non lasciarmi, ti prego, almeno tu.                                                    – Voglio solo sapere perché mi vuoi al tuo fianco, se poi mi respingi.                                        – Io non respingo te, respingo la felicità.                                                                                           Mi guardò come fossi l’unico al mondo, quasi fossi l’ultimo bene rimasto sulla Terra.      

– Ma perché? Perché non capisci che non puoi andare avanti così, a sentirti sempre angosciata per problemi che non esistono? Io voglio stare con te davvero, voglio poterti sentire mia, senza le tue mani a fare da barriere, senza i tuoi no che mi impediscono tutto.

– Ti tengo lontano perché non voglio distruggerti come ho distrutto me stessa. Ti tengo lontano perché tu non muoia come ho fatto io, perché almeno tu ti salvi, ma non riesco a lasciarti completamente andare, il mio cuore non ci riesce.

– Ma cosa dici, tu non sei morta!                                                                           

– Lo sono invece. Lo sono da quindici anni.

 

 

di Diletta Ziveri

 

photo: Ketty D’Amico

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