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Avec gentillesse

Avec gentillesse

Resti sta sera?

Vorrei potermi sbrogliare da tutte queste attese, dalle mani pesanti che depositano sulle mie spalle aspettative voraci, che riescono ad inghiottirmi nelle sere in cui la musica smette di essere compagna diventando la carnefice delle mie insicurezze.

Ah, la giovinezza.
Sono in macchina: gli occhi affamati, come se ricercare la poesia dai marciapiedi potesse sradicare questo groviglio di tristezze che germogliano nelle viscere senza preavviso.

C’è una piccola donna, seduta su di una panchina, a sorridere per il sole improvviso e un giovane uomo, con la sigaretta in bocca e la testa molti pianeti più in là.

Incrocio i lori sguardi e sento un incastro – tra me e lei, tra me e lui – che mi dà uno strano sollievo.
Non è tanto ciò che chiediamo: il tempo per vivere, l’argent per non dover sopravvivere, la vista e l’olfatto per non doverci mai privare dell’odore della notte quando va in fuoco.

Gli occhi immensi di mia madre; le spalle grandi che possano sorreggere i miei ed i tuoi dolori, le mani concave che accolgano il tuo gentil pensiero. Le labbra schiuse a meravigliarsi, e morbide quanto basta per farti ansimare. L’ardore, il candido stupore, il fragore di un sorriso che esplode insieme ad un amico.

Chiediamo la speranza, il diritto di poter disobbedire, di essere donne e uomini coscienti ma spensierati, liberi di stringerci negli sguardi reciproci e di scambiarci la pelle.

Siamo pieni di rancore. Mai perdoneremo chi ci ha dettato la paura mentre stavamo seduti a scrivere poesie bislacche e senza senso, senza gloria, senza metrica. Ma erano le nostre, e di nessun altro. Preferiremmo scottarci e rimaner macchiati di cicatrici, piuttosto che incatenarci al buio. Vogliamo sentire, urlare a gran voce che noi esistiamo e che non abbiamo opposizioni alla vita. Non abbiamo paura dei diversi, ma di un mondo tutto uguale e senza sfumature, senza lingue intrecciate ed epidermidi ruvide che carezzano deboli carni, le stesse che non han mai conosciuto l’oltraggio di essere chiamate straniere in terre che sentono proprie e che sussurrano aspettative a lungo termine.
Resti stasera?
Ho del vino rosso. Potremmo berlo assieme e offuscare le macchie. Potrei raccontarti di quel viaggio lontano che feci con uno zaino colmo di dibattiti e di domande bellissime che si son rifugiate malinconiche negli angoli di strade sconosciute, ma che han saputo farmi sentire.
Resti stasera?
Incrociamo le speranze.

Andiamo a combattere l’oscuro passeggero.

Con la gentilezza.

Che, quella sì, resta.

 

 

 

di Ahlam Taouil

 

 

photo: Paolo Cristina Cappennani

 

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