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Sola

Sola

Ha raffiche e diluvi sul viso, sormontati da strani ideali che come acquazzoni si integrano al paesaggio.

Osserva di sghimbescio un ricordo e ne affina il gergo per dialogare con i che ipotizzano donne.

Si fida di ciò che si ritrae, lo sguardo di chi fugge da sempre ma invece avanza; anche di notte, fa sue le soffitte più buie e le splendide stanze che si confezionano in metrica di musica quando nessuno ascolta.

Allora canta a squarciagola, le cuffie sulle orecchie e un filo di rossetto, le labbra variopinte e una mano sul cuore, il battito furente e l’anima ribelle.

Sola.

Interagisce con gli spazi che abbondano quando parla, la voce troppo veloce per essere ascoltata tutta, e sente fortemente una gioia distribuirsi lungo le dita, vacua e prominente, leggersi incerta a lume di candela.

Pensa al girasole che giace sulla scrivania, al foglio d’istruzioni che usa colori e frecce per spiegarsi fra le mani, al calorifero e all’umidità, al gusto d’arte e ai viaggi in treno, all’atelier dell’ultima Torino.

Pensa che poesia sia sempre meglio che silenzio, che lacrima predilige il fiore e che non ci sono occasioni migliori di quelle suggestive che capitano quando meno te le aspetti.

Quando pensa, sospira.

Quando sospira, brama.

Quando brama, si forma una nuvola e le raffiche e i diluvi s’addossano frenetici.

Quando piove, si fa calma d’impeto come le scoperte che riassumono chilometrici ragionamenti pregressi e danno al terreno dell’immaginazione piccoli semi materni.

Pensa ai ricatti della conservazione, alle criticità, ai difetti di una vita passata a segnare delle x in rosso.

Pensa all’indolenza e alla cautela, a quanto bene farebbe se proteggesse l’analisi come capita con le sue manie.

Quando pensa, lascia.

Quando pensa, tiene.

Ha tocchi distanti e baci sulle guance, insinuati negli strati di strani ideali che come serpi si avvinghiano al cuore.

Le capita di perdere fiati, consensi, oggetti, motivi.

Le capita di smarrire flussi, appunti, segnaposto, messaggi.

Alla stessa dimensione del suo pugno, qualcosa pulsa, chissà dove, in un corpo forse, in una foresta di querce, in un teatro di sagome bianche, in un mondo che appartiene al vivente.

Smuove, scava, e sotterra.

Il pugno sempre più piccolo che le fa strada.

Strilla, tace, e diventa.

Il sangue più pulito che si sia mai potuto vedere.

Ha pensieri irrisori e denti da latte, crescono diametralmente opposti e arrivano dove devono arrivare.

Fa inchini d’ombra, coni di sabbia, e regge i pensieri su impalcature che non si possono toccare.

Ha bisogno di danza, nella parola e nel gesto, nelle fotografie, nei capelli che muovono a sud verso un torrente bambino, nei film dove si moltiplica il tempo, nel cibo che nutre l’ingegno, nel suo viso da sogno.

 

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di Rossana Orsi

 

photo:Mattia Poggi

 

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