Liberarsi

Ogni mattina nella quale riapriva gli occhi dopo aver dormito, o non dormito affatto, gli sembrava di smarrire un frammento in più della sua razionalità.

Quelle mattine erano ormai tutte talmente uguali tra loro che arrivò a non saper più riconoscere che giorno fosse: erano assurdamente indistinguibili l’una dall’altra finché non trovava la forza di aprire la finestra per osservare il cielo.

La luce, allora, filtrava timida dalle imposte fino ad inondare completamente la stanza, ed era l’unica cosa che gli era rimasta, l’unica che gli dava la forza d’indossare la sua maschera, di voltarsi e di guardare il letto sfatto a metà.

Vuoto.

Avrebbe affrontato il mondo per un altro giorno ancora.

Mentre fissava quello spettacolo fatto di ombre e di polvere, ebbe l’idea che riuscì a tenerlo ancorato alla realtà per l’ultima una volta.

Rimise quindi a posto il letto in maniera maniacale, si posizionò nel punto più distante in tutta la stanza e, da quella prospettiva, scattò una fotografia.

Riguardandola, dopo, capì che quel gesto avrebbe potuto liberarlo dal suo tormento.

Così, da quel giorno, iniziò a scattare la stessa fotografia ogni mattina.

Sempre uguale.

Sempre diversa.

Aveva imparato, così facendo, a dare un numero, a quantificare la sua sofferenza, contando di nuovo i giorni da un punto fisso chiaro e inequivocabile. Sapeva, ne era certo, che un giorno avrebbe ritratto quel letto non più vuoto oppure gli sarebbe successo di dimenticarsi di scattare la sua fotografia. Non gli importava più che fossero settimane, mesi o anni: prima o poi sarebbe successo. In entrambi i casi, in quel momento e in quel preciso giorno, sarebbe stato finalmente libero.

 

di Cristian Crucinio

 

 

photo: Dahila

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