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ERMINIA E ROMEO

ERMINIA E ROMEO

 

 

Erminia fissava il sole seduta su di uno scoglio: la sfera gialla, ancora rovente nonostante l’ora tarda, quel giorno l’aveva fatta pregare almeno una dozzina di volte che l’inverno si decidesse ad arrivare al più presto. Si sentiva ostaggio del mese di Agosto e di un muscolo che non ne voleva sapere di lasciarla riposare almeno per una notte.

Da due giorni il vento caldo abbracciava con sfrontatezza sia la città che il cielo, spostando le nuvole come su di un binario, con leggerezza e velocità.

Il pensiero andò automaticamente al treno e a Romeo. Giusto ieri lo aveva raggiunto alla stazione per salutarlo prima che partisse, e subito si era ritrovata catapultata in una scena presa in prestito ai film d’amore che sua madre amava particolarmente: un bacio, una mano aperta dietro ad un finestrino – muta stella marina del commiato – e, alla fine, una manciata di dita strette in fondo alle tasche dei pantaloni larghi e bianchi, fissando la coda sinuosa del convoglio che si allontanava.

Non si erano promessi nulla lui e lei in tutto quel tempo, nulla che potesse essere degno di nota, neanche un Mi mancherai sbadato biascicato tra un Buon Viaggio e Divertiti. E perché mai, poi, avrebbero dovuto? In fin dei conti non erano che due semplici numeri di telefono scambiati un mese prima davanti ad un caffè caldo, in cui Romeo aveva fatto annegare una goccia di latte, e una donna fin troppo razionale. Ne erano seguiti molti altri di caffè da allora, serviti sempre con sorrisi fragranti come biscotti e sguardi incorniciati da ciglia nere come la notte, la stessa che li sorprendeva sovente a leggere l’identico libro o a replicare la medesima frase sciocca, ormai divenuta la Loro. Ciononostante erano ancora ostinatamente un Noi seguito da un verbo declinato alla prima persona singolare.

Erminia, con un movimento netto e deciso del polso, fece saltellare quattro volte sul pelo dell’acqua un ciottolo appiattito, che sfavillò sfrontato prima di affogare con elegante rassegnazione in un suono liquido.

Nelle sue orecchie le cuffiette la isolavano in modo ermetico dal mondo esterno, dal mare, dal cielo; da se stessa e dalla nostalgia che fingeva di non riconoscere sotto alla voce del suo cantante preferito.

Non gli mancava Romeo, non gli mancava la sua voce né tantomeno il modo particolare che aveva di arricciare il naso quando scoppiava a ridere ogni volta che la prendeva in giro – praticamente sempre – per la sua mania di tenere al guinzaglio la vita e il futuro. L’avrebbe fatta ammattire prima o poi, e non solo per colpa del suo essere terribilmente esasperante.  

«Su, coraggio: vai giù!»

Stizzita incitò il sole, spingendolo con la mente e con forza oltre la linea diafana dell’orizzonte, perché si sbrigasse a scomparire e a mettere fine a quel giorno. Il primo di dieci. L’inizio dell’arrivo. Dieci giorni, duecentoquaranta ore, ottocentosessantaquattromila secondi da cancellare uno ad uno dal muro della solitudine, tinteggiato di bianco per poterlo sporcare meglio.

E il sole l’accontentò, dandole appuntamento alla mattina successiva quando avrebbe dato nuovamente il suo buongiorno – con la stessa lenta pigrizia di un gatto fulvo – a una città accaldata, a delle gonne di lino e a dei binari che, incontrandosi questa volta all’infinito, avrebbero scoperto, magari, di aver aspettato da sempre quel momento per poter annegare un Noi in una tazza di caffè nero. Con una goccia di latte e tutta la razionalità del futuro.

 

testo e foto: Ketty D’Amico

 

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