Le salutari tentazioni dei narratori in erba

RUBRICA ANIMA DI CARTA:

Le salutari tentazioni dei narratori in erba

 

Più passa il tempo più mi convinco che non esistono ricette preconfezionate per chi scrive narrativa. Raccontare una storia è un’attività più simile a un’arte che non a una scienza esatta, quindi i vari tentativi di ridurre la creazione di un romanzo o un racconto a un mero insieme di regole e tecniche è senz’altro sbagliato, così come è un errore pensare che esistano metodi di scrittura validi per tutti: ogni scrittore ha il suo processo creativo, il suo peculiare modo di trasformare le idee in parole.

Di conseguenza, anche quando si parla di errori comuni ai principianti, secondo me si deve procedere con cautela. In questo senso preferisco definirle tentazioni, più che sbagli veri e propri. Le chiamerei “tentazioni salutari” che coinvolgono un po’ tutti, tappe di un percorso comune lungo il quale si procede affinando le proprie capacità narrative.

Per esempio, chiunque inizia a scrivere una storia sente il bisogno di attingere al proprio vissuto, di scavare tra le proprie esperienze o conoscenze. La fonte dell’autobiografia è normale, ma anche insidiosa, perché se da una parte si può dire che tutta la nostra scrittura attinga a ciò che conosciamo e quindi sia autobiografica, dall’altra tutto ciò comporta il rischio di mancare di obiettività. Con ciò non voglio dire che sia sbagliato scrivere di se stessi. Il punto è che raccontare la propria storia porta troppo spesso a creare delle memorie, dei diari personali senza una vera trama (e quindi noiosi…) piuttosto che storie piacevoli da leggere.

Tutto il vissuto andrebbe in qualche modo “sublimato” prima di diventare storia. È un po’ come un processo chimico in cui si estrae l’essenza del vissuto. E per farlo occorre prima di tutto prendere le distanze, guardare i fatti con obiettività. Insomma, attingere all’autobiografia deve diventare un processo quasi inconscio. Non farlo vuol dire ignorare chi poi andrà a leggere il nostro scritto, ovvero mantenere la narrazione al livello di diario personale, dove lo sfogo è sempre lecito perché non c’è un lettore dall’altra parte.

E qui veniamo alla seconda tentazione, che è quella di non pensare al lettore. A chi non è capitato di dire “scrivo solo per me stesso”? Ma è davvero così? Dovremo interrogarci su questo aspetto ed essere sinceri fino in fondo. Chi racconta una storia lo fa perché vuole essere ascoltato, letto. È il lettore il destinatario finale delle parole che mettiamo insieme. È importante quindi pensare al lettore, almeno in fase di revisione quando si riesamina ogni capitolo con occhio più critico in cerca di errori, incongruenze o possibili miglioramenti. Il lettore ha il diritto di leggere un testo piacevole, senza strafalcioni, coerente in ogni sua parte. Pensare al lettore significa anche fare del nostro meglio per scrivere una storia che non metta in difficoltà con un linguaggio pedante, poco chiaro, contorto.

Un’altra tentazione necessaria e naturale è quella di imporre la propria visione del mondo e della vita quando si racconta. Anche qui siamo in un campo delicato, perché come accade per gli elementi autobiografici, è più che normale voler inserire il proprio pensiero in un racconto o un romanzo. In realtà, questo accade sia che noi lo vogliamo o meno, ovvero è parte del messaggio che intendiamo trasmettere con la storia. Tuttavia, il lettore non deve mai accorgersi di questo tentativo, deve essere lasciato libero di decidere che morale trarre o non trarre. Se abbiamo una tesi che ci sta a cuore, questa va dimostrata con i fatti, gli eventi, i personaggi. Lasciamo che sia il lettore ad arrivare a delle conclusioni, se vuole. O magari lasciamo che si svaghi e basta. Un romanzo o un racconto non sono saggistica ma narrativa, quindi non devono per forza contenere insegnamenti.

Altra inclinazione che accomuna tutti i narratori in erba è quella di attingere più o meno consciamente a libri e film, ovvero a personaggi e trame conosciuti. Non dico copiare, perché si spera che non si tratti di questo. In verità, essere influenzati da letture, film e serie tv è quanto mai ovvio. Chi non lo è? Tuttavia, c’è un sottile confine tra farsi ispirare e scopiazzare. Con il tempo si impara a riconoscere la differenza, ma nel frattempo è utile chiedersi sempre se ciò che si scrive non sia troppo simile a qualcosa di già visto.

Soprattutto perché da qui a pescare tra i cliché il passo è molto breve.

Essere originali può essere molto difficile all’inizio. Forse non è neppure così necessario, ma è di certo importante saper rendere le nostre storie qualcosa di unico grazie a uno stile e un modo di raccontare personali. O almeno provarci.

 

di Maria Teresa Steri

 

photo: Paolo Cappennani

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