Inquietudine di mille farfalle notturne – 4° parte

Racconto a capitoli

La luna dell’alba

Inquietudine di mille farfalle notturne.

 

LUNEDÌ 11 LUGLIO 2016

Parte IV: Eclissi

Persi il conto dei tagli che accarezzai in quei giorni sulle braccia di Elena e di quante volte le nascosi il rasoio perché evitasse di martoriare ulteriormente quella carne già distrutta.             

Le ho contato i lividi viola, glieli ho baciati piano durante il suo sonno indotto da farmaci, unico momento in cui potevo stringerla a me senza che urlasse e mi mandasse via.             

Avevo iniziato ad odiarmi perché potevo amarla solo quando non era cosciente, solo quando non poteva guardarmi negli occhi e capire che stavo impazzendo, senza poterla sentire mia. Le sue crisi di panico peggiorarono, gli incubi si fecero più frequenti; si risvegliava dai suoi sonni pomeridiani agitata e sudata, per alcuni momenti sembrava che nemmeno mi riconoscesse. Io mi facevo bastare i momenti in cui tornava lucida e scendevamo nel giardino ad accarezzare i gatti, a ridere amaramente delle storie buffe che si inventava, mentre celava i segni sulle sue braccia tirando nervosamente le maniche della sua camicia da notte, che diceva essere troppo corte. Elena si nascondeva così, dietro l’ombra di quelli che avrebbero voluto essere sorrisi veri, dietro le sue mani sempre più rovinate che ogni tanto mi porgeva distrattamente per poi ritirarle subito dopo.

Alle volte giocava a fare i confronti fra le mie dita e le sue, sostenendo la tesi di sembrare una bambina rispetto a me, dicendo che mi sarei dovuto trovare una donna alla mia altezza, della mia misura; ma se capitava che stessi al gioco e sostenessi la mia imminente dipartita verso un altro cuore, si girava di scatto prendendomi il viso fra le mani e implorandomi di non andare via, di non lasciarla a marcire nei suoi brutti sogni.                                                               

Mi vide ammalarmi, mi vide iniziare a fumare ossessivamente, mi vide sparire per giorni e tornare scostante, incapace di stare dietro alle sue manie e ai suoi occhi, che le occhiaie facevano apparire sempre più nudi. Un giorno parlò, e fu una coltellata in petto.                                                                                       

Mi disse senza emozione quel che le era successo, il perché non riuscisse a farsi abbracciare e sentirsi di qualcuno, a sentirsi di carne e non di vetro.                                                                        

Me lo disse prima di svenire fra le mie braccia e di risvegliarsi dopo ore stremata, senza fiato, ma con negli occhi un grido, uno “scusami”, un “comprendimi”, un “salvami”.                             

Mi rivolse la parola dopo qualche giorno dalla rivelazione.                                                            

– Capisci perché non posso fare a meno di venerare tua madre?

Dal giorno dopo la nostra conoscenza non avevamo più toccato l’argomento.                         

– Mia madre? Cosa c’entra mia madre?                                                                                             

– Tua madre, appena è arrivata qui, cinque anni fa, ha capito subito la mia essenza, mi ha attraversato con il suo sguardo come fosse una lama sottile, ha cesellato la mia anima e mi ha salvata. Tua madre è arrivata qui la sera in cui io avevo progettato di suicidarmi.                         

– Mi ha osservata, mi si è avvicinata e prendendomi le mani mi ha gridato muta con gli occhi di non farlo, che lei sapeva che cosa si provava, che faceva male, ma bisognava superarlo, per se stesse, perché si vale di più di certi mostri.                                                                                         

– È sempre stata una grande bugiarda, ma almeno una cosa buona l’ha fatta, ti ha salvata.

Elena mi guardò cinica e sprezzante.                                                                                                     

– Non è mai stata più vera invece. Lei mi ha compresa perché ha letto in me se stessa, ha visto sulla mia pelle gli stessi segni con cui anche lei aveva marchiato la sua.                                       

Tua madre è stata violentata, proprio come me.                                                                                    

E da quella violenza sei nato tu.

 

 

di Diletta Ziveri

 

photo: Dahila

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