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IL PAPAVERO ROSSO

IL PAPAVERO ROSSO

C’era una volta,

arroccato sulla cima di una montagna, un piccolo paese perennemente avvolto da una leggera nebbia grigia e fumosa, come in una morbida coperta di lana. Lo stato perenne di foschia aveva generato nel corso dei secoli uno strano fenomeno: i colori, ormai sbiaditi, se ne erano andati via lasciando il posto solo ad un grigio intenso, lo stesso colore del mercurio contenuto nei termometri. Poiché nessuno sapeva come si chiamasse questo luogo – il vero nome si era, ahimè, perso nel tempo passato –, da tutti era stato perciò ribattezzato “Il Paese senza colore”.

Che strano paese era “Il Paese senza colore”: chiunque si fosse avventurato lungo quelle strade in salita, fiancheggiate da alberi grigi, avrebbe sicuramente incontrato delle persone grigie, alcune con al guinzaglio dei cagnolini grigi, con visi impassibili e, all’apparenza, apatici. Purtroppo per la popolazione l’assenza del colore non era solo un fattore fisico ma addirittura intimo: emozioni come la gioia, la felicità, il pianto o la rabbia non esistevano, l’animo ne era totalmente privo. Ecco perché se due amici si incontravano, nel salutarsi i loro sorrisi non erano che un semplice distendersi freddo delle labbra; il miagolare dei gatti, in particolar modo nelle notti di luna piena, risuonava spento e privo di convinzione.

Orbene, da un paio di anni nel Paese senza colore viveva Lily, una ragazza molto speciale poiché, contrariamente a tutti gli altri, non era grigia ma aveva una carnagione dalla tonalità rossa accesa come le ciliegie mature a giugno, dei lunghi e lisci capelli rossi e le ciglia folte sopra due occhi birichini. I suoi genitori non sapevano spiegarsi come mai la loro figlia fosse nata così diversa, e d’altronde neanche i dottori vi erano riusciti.

Il fatto di essere rossa in un mondo privo di colori faceva sì che gli abitanti la guardassero con sospetto, arrivando addirittura ad allontanarsi da lei se la vedevano camminare per strada, quasi temessero di poter essere contagiati con la sua solo vicinanza. Ma a Lily non importava essere tenuta a distanza, non si offendeva mai e, anzi, salutava sempre tutti con un gesto gentile della mano e uno splendido sorriso sul viso. Amava molto la gente. Certe volte, se incontrava un bambino o un animale e si chinava per donargli una carezza o un parola, li lasciava a bocca aperta per la meraviglia nell’ascoltare una voce così piena di sfumature, dal tono dolce e tenero nello stesso tempo.

Le piaceva molto camminare a piedi scalzi nel parco vicino al fiume e talvolta si sedeva su di una panchina da dove, con il naso all’insù, prendeva a fissare o le nuvole, ridendo e indicando con il dito il cielo, o il sole che tramontava, simile ad una palla grigia su un cielo color antracite. Quello spettacolo le riempiva l’animo di emozioni così forti che le era impossibile trattenersi, e allora rideva e parlava da sola e gesticolava veloce poi, senza alcun motivo apparente, una piccola lacrima sfuggiva disperata dall’angolo dei suoi occhi: la verità era che avrebbe voluto tanto condividere quegli istanti con qualcuno ma sapeva benissimo come i suoi concittadini non sarebbero stati in grado di capire cosa le passava dentro il cuore.

Lily, però, si sbagliava anche se ancora non lo sapeva.

Da un po’ di tempo, infatti, stavano avvenendo delle cose strane, a partire dal suo colore che, dalla tonalità rosso accesa, si stava via via sbiadendo in un rosa più delicato come i petali di un fiore. Lei si era accorta che, crescendo, stava divenendo sempre più chiara ma non sapeva spiegarsene il motivo e, comunque, non la cosa non la impensieriva più di tanto.

Cosa le stava accadendo in realtà?

Semplicemente questo: fin dalla sua nascita aveva ogni giorno ceduto al mondo un po’ del suo colore e quindi, con esso, anche della sua “stranezza” – la capacità di percepire le emozioni – che, prima in maniera lieve e poi via via in modo sempre più marcato, prese a diffondersi ovunque con la stessa velocità con cui i cerchi si allontanano dal punto in cui una foglia tocca l’acqua del fiume. Essere diversi cos’è, infatti, se non cedere agli altri ciò che dagli altri ci differenzia? Lily, con il suo essere così diversa, aveva creato la magia e gettato, nel contempo, il seme del cambiamento dentro a ogni uomo, in modo silenzioso anche se con molta fatica tanto da sentire sempre più spesso il peso della vita comprimerle il petto.

Finché una mattina successe qualcosa di straordinario: un raggio di sole penetrò attraverso le nubi grigie e, dopo aver colpito il viso di un bimbo che dormiva nel suo letto, lo svegliò. Lo stupore provato fu così forte che corse subito fuori gridando, seguito dalla madre e dal padre preoccupati per quel comportamento così anomalo. Giunto in strada, trovò l’intero paese che guardava con meraviglia uno strano fenomeno celeste che si stava facendo spazio prepotentemente spazio in cielo: il sole; i raggi si affacciavano timidi ma, in breve tempo, reclamarono con passione il loro posto nel blu.

Il bimbo afferrò subito la mano della mamma per la paura, stringendole le dita con le sue dita piccole. Il gesto richiamò l’attenzione della donna che lo guardò e solo allora si accorse di quello che stava accadendo: erano ritornati i colori in quel paese.

Tutti, guardandosi intorno stupiti, si passavano le mani sul corpo, sui capelli e, indicando i tetti delle case, le foglie degli alberi, camminavano piano come in un sogno, toccando tutto come a voler afferrare i colori. Sui loro visi, di un delicato rosa, adesso era dipinta la gioia.

Una risata cristallina emerse dal brusio generale e, fermandoli attoniti, li fece voltare nella sua direzione: era Lily, la ragazza colorata; vedere come i suoi concittadini fossero adesso simili a lei, colorati sia nel corpo che nell’animo, con la stessa capacità di percepire emozioni, la fece impazzire di felicità tanto che le gambe cedettero senza preavviso, facendola cadere per terra.

Subito tutti le corsero incontro, sistemandosi come un cerchio intorno a lei, e la osservarono dall’alto in basso preoccupati. Lei ricambiò uno ad uno ogni sguardo, con dolcezza e senza mai perdere il sorriso. E fu proprio sorridendo che chiuse gli occhi per sempre, serena come lo era sempre stata in vita.

Era stata, senza volerlo, la foglia al centro del cerchio del cambiamento.

I suoi concittadini, il giorno dopo, la sistemarono sul prato vicino al fiume, lì dove per tante volte era stata vista passeggiare e osservare il cielo.

Da quel giorno, ogni anno, su quello stesso prato sbocciarono i papaveri rossi.

Rossi come Lily, la ragazza rossa.

 

 

testo e foto: Ketty D’Amico

 

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