Dandelion – il mago menestrello – settima parte

Racconto a capitoli

 

Dandelion

– il mago menestrello –

settima parte

 

Dandelion rimase immobile al cospetto del signore di Orba, orribilmente ferito da un’ignobile arma umana. Rantolava e sputava sangue, e laddove il denso liquido toccava terra questa bruciava e l’erba appassiva.  

Il mago, mosso a compassione, si avvicinò circospetto alla creatura in agonia.

Si chinò ed estrasse il dardo penetrato in profondità nel manto e nella carne.

Chiuse immediatamente lo squarcio con un lembo di tessuto strappato dal suo logoro mantello e pose fra il panno e la ferita una mistura di erbe mediche.

L’animale si accasciò esausto, i suoi occhi dorati sondavano il volto sudato del giovane mago leggendone le recondite paure. D’un tratto chinò il capo e lasciò che i suoi possenti palchi cadessero sul tappeto di foglie.

<<Prendili giovane uomo, disse, torna dal castellano e fai radunare tutti i presenti nella sala grande. Quando tutta la corte sarà presente, solo allora soffia all’interno del primo palco. Un ombra cupa ammanterà le aule, ma non devi aver paura, poiché non appena poserai le labbra sul secondo il prodigio si compirà.>>

Detto questo il cervo si levò, scomparendo con andatura claudicante tra gli arbusti di pruno.

I soldati accampati ebbero un sussulto nel vedere il ragazzo riemergere dalla selva, sporco di sangue e con un fagotto avvolto nel mantello. Nessuno osò interrogarlo, sciolsero frettolosamente le briglie e galopparono lesti sussurrando lungo tutto il tragitto formule e scongiuri ai loro talismani nascosti nelle cotte.

Fecero ritorno alla torre, laddove il signore attendeva con impazienza nella sala principale.

Dandelion varcò l’ingresso senza farsi annunciare: <<Che tutta la corte si raduni, poiché il prodigio sta per avere luogo>> proclamò con tono fermo, rivelando al signore lo straordinario contenuto del fagotto .

I cortigiani convocati a presenziare si riversarono come un torrente in piena ai due lati del trono.

Quando l’aula fu gremita di volti, il mago posò le labbra sul primo palco e vi soffiò dentro; da esso emerse uno squillo tonante. Il boato perdurò a lungo e fu seguito da schianti e scricchiolii.

La terra cominciò a tremare.  Gli arazzi vibravano, le fiaccole del salone palpitavano febbrilmente.

Qualcosa stava attraversando la valle.

Tutti gli astanti si precipitarono immediatamente sui parapetti di finestre e feritoie e lì rimasero stupefatti alla vista delle greggi di fate attraversare i campi ad ampie falcate.

Le colossali sagome avanzavano al richiamo di Dandelion e non appena queste stagliarono le alte ombre sulla torre e i suoi saloni, il mago portò alle labbra il secondo palco. Questo emise un suono più basso e cupo, tale da far scuotere i bracieri.

Il secondo richiamo echeggiò possente, facendo crollare i colossi al suolo come pietra inanimata.

Le fate vittime del sonno incantato riposavano supine su un fianco. Le loro bocche emettevano un fiato gelido, mentre le curve inespugnabili dei ripidi fianchi si contorcevano nel sonno facendo vibrare la terra.

Una muraglia di pallidi corpi si stagliava imperiosa sull’orizzonte, ripida ed impenetrabile.

<<Le mura sono state edificate mio signore,ora il tuo feudo è al sicuro>> Dandelion si inchinò stringendo a sé i palchi incantati.

Una festa di sette giorni e sette notti fu indetta in onore del giovane che aveva riportato la quiete nelle terre del feudo. Egli suonò più volte per la corte e da ogni melodia sbocciava un piccolo incanto. Le note emesse dai palchi colmavano le brocche di vino e i vassoi di stufati fumanti che guarnivano il lieto banchetto. Il canto del giovane alimentava i bracieri e rendeva tiepida l’aria; ad esso si unirono le voci dei commensali e del signore. Sollevarono all’unisono i calici colmi, acclamando e celebrando in coro la ballata di Dandelion, il celeberrimo mago menestrello.  

 

 

testo e illustrazione di Federica Consogno

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