Fernweh

Esistono parole che esprimono sensazioni di difficile comprensione.

Esistono sensazioni che difficilmente si riescono a spiegare.

Ci sono.

Sono lì e ci contraddistinguono, ci segnano, addirittura arrivano a determinare certi nostri comportamenti.

Eppure i loro contorni non sono definiti.

A metà tra fuoco acceso e un malessere nostalgico, ci si ritrova a non dare un nome a quello che si ha dentro.

Dicono che la lingua sia uno dei tesori più preziosi di un popolo. Perché lo ha accompagnato nella sua storia, si è evoluta con lui, è andata incontro ad esso modificandosi e creando neologismi atti a rendere trasmissibile nuova coscienza.

Non so perché nel nostro idioma non esiste una parola del genere. Non so come mai la cultura germanica abbia sentito questa esigenza: una loro parola indica un sentimento che oggi è così diffuso, e così riconoscibile, che doveva avere un suo nome.

Questa parola è Fernweh.

Il suo significato è molto più ampio e profondo della sua definizione.

“Nostalgia per un posto in cui non si è mai stati”.

Sembra quasi una contraddizione, ma in realtà è connesso ad un nuovo modo di approcciare le cose.

La nostra generazione è cresciuta con une promesse de bonheur perenne e abbiamo imparato a desiderare, ma mentre c’è chi ha sognato una berlina, una pelle senza rughe, o un tv 54 pollici, altri hanno sognato di andare, esplorare conoscere. Ci sono prodotti succedanei che possono essere facilmente sostituibili e quindi, se non posso avere il Suv della pubblicità che è economicamente inarrivabile, ne posso prendere un altro meno impegnativo, oppure tra il 54 e il 43 pollici alla fine ci si confonde e tutto finisce per non avere più importanza, però alcuni desideri non sono relativi a dei prodotti e non sono intercambiabili, sostituibili o modificabili.

Quando a vent’anni vedi una foto del tramonto tra le torri del Paines, tu non puoi accontentarti del monte Olivata: tu sogni un giorno di andare lì. Se vieni a conoscenza dell’esistenza delle spiagge bianche delle Isole Laccadive, nessun Circeo potrà colmare quell’impulso di lasciare tutto e partire. Che siano i monasteri del Rajasthan, la natura del Serengeti, il Salto Angel, o il Giant’s Causeway, se il cuore di una persona si proietta in un luogo, quello si radicherà dentro di lui.

E una incosciente, incomprensibile, mistica nostalgia si manifesterà fino a quando il corpo non si ricongiungerà a quel pezzo di cuore.

 

di Andrea Stella

 

photo: Mattia Poggi

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