Editoriale – Giugno 2018

Nel futuro ognuno sarà famoso al mondo per 15 minuti”.

Così Andy Wahrol profetizzava negli anni ‘70.

Chissà se quello che aveva in mente era esattamente ciò che sta accadendo?

Di certo i valori creativi ed artistici si sono invertiti, attraverso pochi decenni. Un tempo era comune voler lasciare una traccia del proprio passaggio. Chi creava qualcosa lo faceva in funzione del fatto che tale realizzazione durasse nel tempo e sopravvivesse al suo creatore. Oggi tutto è deperibile, ad una velocità incontrollabile: una macchina, uno smartphone, l’arredamento di una casa. Tutto viene pensato affinché possa e debba essere sostituito da altro, qualcosa che sia diverso, in un tempo relativamente breve.

Così anche gli scrittori, i cantanti, i registi, non operano più nell’ottica di lasciar traccia, ma in quella del consumismo vorace che divora tutto in contrazioni temporali che concettualmente si sposano con i 15 minuti di cui parlava Wahrol.

Un cantante aspira ad arrivare a milioni di visualizzazioni sui canali social su singole performance anche se la generazione appena successiva alla loro ignorerà che sia mai esistito. Gruppi di lettura spingono le vendite di un libro concentrandole in pochi giorni con l’obiettivo di entrare in classifica per una settimana anche se poi non ci saranno ulteriori riscontri commerciali su quello stesso titolo. Un film deve avere un picco altissimo all’uscita anche se poi nessuno lo ricorderà.

Questo è il mondo che ironicamente Wahrol aveva ipotizzato.

Ma ancora c’è chi vuole che l’opera sopravviva all’artista.

Questo sarà possibile probabilmente finché esisteranno artisti che credono in loro stessi.  

La Redazione     

 

photo: Ketty D’Amico

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