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Il posto vuoto

Il posto vuoto

Sto percorrendo dopo un anno quella strada che ci ha visto ridere insieme come bambini davanti a un cuscino di zucchero filato.

La ricordi, vero?

Una lunga linea che si snoda sinuosa tra filari di alberi di mandorli dai rami carichi di fiocchi bianchi – fecondi alberi di Natale fuori stagione. Avrebbe potuto portare ovunque, anche in Paradiso, di certo oltre quella montagna brulla e presuntuosa nel voler a tutti i costi bloccare il nostro viaggio e le nostre speranze.

Ma a noi non interessava lei, noi sapevamo bene che appena oltre la casa rossa, e subito prima del lago argentato, si apriva un viottolo; era difficile da vedere ma tu ci riuscivi, notare i particolari era la tua specialità.

«Sbrigati, svolta subito, è qui!» mi urlavi all’orecchio prima di stendere un braccio davanti al mio viso, a indicare uno stretto percorso.

L’ho sentito anche poco fa il tuo grido provenire dal posto accanto al mio, quello dove adesso non ci sei più.

Buffo come le cose siano cambiate pur rimanendo assolutamente fedeli a se stesse. Almeno loro possono farlo. Le ammiro per questo.

Ho imboccato la strada – più simile ad una trazzera – e l’ho percorsa tutta. I sassi sotto alle ruote non hanno tardato a far sussultare tutto intorno a me, mentre l’erba alta accarezzava la fiancata dell’automobile, un po’ come facesti tu quando piansi tra le tue braccia quel pomeriggio che fuori piovevano pollini di amori sbocciati in inverno. Vorrei chiederti se lo faresti ancora ma credo sia troppo tardi.

Ora posso dirtelo, ho sempre odiato questa strada che taglia il prato in due parti perfette e simmetriche, perché mi ricorda una cicatrice. Ho sempre avuto paura del sangue, delle ferite che si aprono all’improvviso sotto ai fogli di carta, affilati come le parole che contengono. Con te accanto, però, avrei raggiunto anche i confini del mondo, con te accanto a soffiarmi via il dolore e le incertezze del tempo. È per questo che, anche adesso, l’ho percorsa con sicurezza, alzando il volume della musica perché mi hai insegnato che così bisogna fare quando il cuore urla nelle orecchie e non ti va di ascoltarlo. Piccoli trucchi di chi la vita l’ha conosciuta troppo presto e troppo presto ha imparato come nascondersi per non vederne la fine.

La fine della strada la sto vedendo io adesso, punta dritto alla collina: è tappezzata di soffice erba di un verde sfrontato che ricorda molto questa Primavera impressionista e i suoi quadri pieni di papaveri rossi, tarassachi gialli e margherite bianche.

«Non esistono cose impossibili,» mi ripetevi con gli occhi pieni di tutto ciò che di bello ho mai conosciuto, e di me, «ma solo fantasie non all’altezza della sfida».

Ti ho invidiato il coraggio con cui parlavi e il tono roco, graffiato dalla nicotina, che usavi per invitarmi a camminare a piedi scalzi sopra tutte le mie fobie e la mia vigliaccheria. Avrei ceduto uno dei miei mille sorrisi pur di rubarteli ma non sarebbe stata la stessa cosa, e comunque non li avrei mai potuti indossare con la stessa grazia tua, che ballavi sopra al tuo destino fino a crollare per terra.

Dove sono io adesso. Per terra.

L’erba fresca mi solletica le dita dei piedi, so che mi vedi e tentenni la testa con soddisfazione.

Sollevo gli occhi al cielo, intreccio le mani e lascio che una pioggia di petali bianchi mi accarezzi il cuore.

Ho vinto, mi hai vinto.

Non ci siamo persi.

Sempre e per sempre il tuo fianco mi affianca.

 

 

testo e foto di Ketty D’Amico

 

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