Sghimbesci

Siamo sguardi distorti, noi: Angoli sghimbesci da cui facciamo capolino di nascosto alle ore più disparate del giorno e della notte solo per vedere se, sul selciato, vi siano orme.
Perché noi le orme le temiamo come temiamo i passi che le hanno prodotte; ché se fai un passo vuol dire che percorri luoghi, strade, sentieri e questo camminare potrebbe condurti a verità assolute, assolutamente nuove, oppure al tuo stesso fallire e il fallimento, si sa, genera mostri da cui stare alla larga.

Chi lascia impronte poi, siano esse là fuori oppure dentro gli animi, solitamente porta via qualcosa, se la tiene con sé a bagaglio di quanto ha già vissuto e te ne lascia privo. Ma poi ci pensi cosa vuol dire rinunciare a tutti quei pezzetti che un tempo ti componevano? Cosa ne rimarrà, di te, dell’unità che eri se a ogni passaggio d’uomo consegue uno smembramento. Cosa ti resterà a farti scudo, se ogni volta donerai materia carne per il viaggio d’altri.

Io di tutto questo, in verità, non so.
So solo che ho paura, paura dell’andare perché di quelle verità, di quei traguardi che io non sono stata per gli altri viaggiatori, non ne ho mai trovati durante il mio movimento. Ho raggiunto macerie, polvere, cadaveri lasciati a me da chi mi ha preceduta e quelli, a dirla tutta, no che non puoi guarirli né tanto meno resuscitarli.

E dunque perdonate se ora ritorno al buio: mi è rimasto un pezzetto di quella ch’ero intera e intendo custodirlo perché non si sa mai, potrebbe passare un giorno colui che proprio di questo mio frammento sente impellente bisogno e, insieme a lui, la voglia di restare.


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di Simona Minniti

 

photo: VeroNique Carozzi

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