Parte V: Luna dell’alba

Racconto a capitoli

La luna dell’alba

Inquietudine di mille farfalle notturne.

LUNEDÌ 11 LUGLIO 2016

 

Parte V: Luna dell’alba

Capire una persona dopo la sua morte è difficile, è come voler analizzare una stella dopo che si è spenta, un fiore dopo che è appassito.                                                                                   

Elena mi raccontò di come le lettere che le scriveva mia madre la aiutassero a prendere sonno la sera, di come le lunghe passeggiate insieme prima che mamma smettesse di riuscire a camminare la rincuorassero e la facessero sentire come una figlia che passeggia con la madre, al sicuro dall’oscurità che la mangiava viva.                                      

– Se riusciva a farti stare così bene, perché allo stesso modo riusciva a fare soffrire me così tanto da dover stare separati per non doversi guardare forzatamente negli occhi?

– Le ricordavi quella violenza. Una volta mi disse che sei nato con gli stessi occhi di tuo padre e che questo le rendeva impossibile averti vicino. Tu non hai la minima idea di quanto fosse difficile per lei stare lontana dal suo bambino,  di non riuscire a guardarlo.

Per lei eri come l’innesco della bomba sita nel suo cuore, bastava poco per farla scoppiare.                                 

Ho compreso mia madre lentamente, ed in parte ancora non ho finito di scoprire quella donna così rigida e allo stesso tempo così materna.                                                                      Qualche volta ancora adesso mi capita di sognarla sorridente mentre abbraccia le mie spalle di bambino, quasi venga a trovarmi per scusarsi; ora che so tutto, per recuperare un rapporto che non si è mai potuto instaurare.                                                                            La vado a trovare spesso al cimitero, le racconto di quello che mi succede mentre cammino per strada, quando raccolgo il cappello sfuggito ad un signore distratto o incrocio capelli biondi troppo simili a quelli di Elena e allora mi fa male il cuore, ora che anche lei non c’è più.

L’avermi raccontato la verità non è bastato a salvarla, l’avermi fatto capire le sue paure non l’ha guarita, era troppo ferita perché potessi sollevarla sulle mie braccia senza stringerla troppo e farle spiccare il volo verso la libertà.                                                            Ha iniziato a riempirsi di psicofarmaci, ha avuto una crisi che l’ha provata duramente, per giorni non mi ha riconosciuto e mi è sembrato di morire.                                                    Quando mi ha mandato a chiamare e mi ha sorriso, mi sono sentito leggero, quasi fossi una di quelle nuvole che si spostano per lasciar spazio al sole.

 

di Diletta Zileri

 

photo di Rita Bernardi

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