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SIGILLO

SIGILLO

Ho davanti un’incertezza.

Ed il mio mondo è piccolo.

Mi hai chiamata con un nome che in una cartolina aveva un senso, perché accompagnava una promessa. Io mi son voltata e l’ho accarezzata piano. Poi hai sollevato un velo e, sotto, in vista o ben celate, hai saputo cogliere le mie paure. Alcune erano radicate nei piedi a sostenermi. Altre, come un chiodo fisso, stavano dentro la testa a difendermi. Infine, sul petto, ci hai trovato i miei nervi scoperti,  quelli che fanno male anche solo se li sfiori.

Così ti è venuta voglia di restare.

Ci avrei messo la mano sul fuoco che avresti preso la porta veloce, a razzo, invece sei rimasto.

Buonanotte mille volte prima che l’ascensore arrivasse.

Ho appoggiato la mia testa sulla tua spalla. In silenzio ho detto: guidami.

Non sapevo dove andare.

Avevo gli occhi chiusi – hai detto – e volevo fidarmi. Al primo sguardo ti avevo già concesso una possibilità.

Mi sembrava tu fossi consapevole per entrambi, forte abbastanza per sostenere una come me che, da sola, ha sempre fatto tutto, perfino imparando a caro prezzo a bastarsi, a non chiedere, a darsi pur di soddisfare un bisogno, senza mai saper prendere, meritevole domani, forse, ma non oggi, perché oggi non sono pronta, oggi è subito, e a me le cose di fretta non riescono mai bene.

Come ti dicevo è un mondo piccolo il mio, ma tu non ne sei convinto.

Mi hai vista. Non ti è bastato guardarmi come spesso fanno in molti, però. Mi hai vista. E per quel poco tempo che ci siamo concessi, non ci pareva vero di aver tergiversato a non cercarci prima, a non saziarci prima, a non chiederci il senso dei passi stanchi che non portavano in un luogo preciso, quello in cui ci siamo sentiti a casa, la finestra a cui affacciarsi e sentirsi a posto con se stessi, con un senso tra le dita oltre ad una sigaretta accesa, il nostro posto in cui ballare, gli sguardi persi e le bocche incollate.

Ho davanti un’incertezza e tu non puoi negarlo. Hai detto che non cerchi il contrario perché io una certezza non saprò mai esserla. Sarò presenza, forse, laddove tu sarai incoerente. Perché sei permaloso come pochi, e so di averti ferito, ma son brava a lanciare stilettate e probabilmente l’intuito questo non te lo aveva concesso.

Un mondo piccolo, e un’incertezza.

Sembra ti piacciano le combinazioni stravaganti, la banalità ti annoia. Per ora quel che dici non stona con i gesti, con i fatti: ami la musica e il caffè, non ti distrai mentre ti parlo, sai leggere quel che scrivo soffermandoti sugli accenti giusti, tralasciando le virgole tra un porcamiseria e l’ammettere di essere rimasto senza fiato.

Colpita e affondata.

Che se questo fosse un gioco, avresti vinto tu.

È la realtà invece e io ho la consapevolezza di non essere mai abbastanza.

Solo che questa volta le paure ce le smezziamo, in due.

Le tue me le hai mostrate sui palmi quando abbiamo avvicinato le mani e queste si sono strette come un sigillo.

Così, come se fossimo lo stesso riflesso ad uno specchio.

 

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di Diomira Aghilar

 

 

photo di VeroNique Carozzi

 

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